India: isole Andamane (parte terza)

Abbiamo descritto l’itinerario completo e le prime due parti del nostro viaggio in India in questi articoli:

https://simonesabatelli.wordpress.com/2017/03/07/india-rajasthan-parte-prima/

https://simonesabatelli.wordpress.com/2017/03/22/india-i-templi-e-la-valle-del-gange-parte-seconda/

L’ultima parte della nostra vacanza è stata alle isole Andamane. Per arrivarci dobbiamo tornare a Delhi e lì prendere un lungo volo notturno che fa scalo a Calcutta. Per l’accesso alle isole, che sono un parco protetto, i turisti devono far in loco un permesso speciale e la permanenza è limitata a 1 mese. Arrivati sull’isola principale a Port Blair sentiamo subito la differenza di clima, qui è caldo umido, molto umido. Il viaggio poi non è finito, ma ci attendono 2 ore di navigazione con un aliscafo veloce verso la più piccola isola di Havelock. Il mare è ingrossato e, dopo il divertimento dei bambini i primi 2 minuti, gli inservienti non fanno altro che distribuire sacchetti per il vomito per tutta la navigazione.

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La nostra sistemazione sull’isola di Havelock è il Munjoh Ocean Resort, sulla spiaggia numero 5. È un buon villaggio, forse un po’ costoso, le casine hanno un ottimo comfort, pareti di muratura e tetto di paglia. La spiaggia dista pochi metri, sabbia bianchissima, palme e alberi giganteschi alle spalle. Tutte le isole infatti sono ricoperte da una fitta vegetazione tropicale. I colori sono stupendi, cielo azzurro, acqua cristallina, e qualche barca ancorata tinta di un giallo vivo. La cosa migliore è che ci sono veramente pochi turisti, regna la pace e la tranquillità. Nella nostra settimana di permanenza non abbiamo incontrato un italiano (è la prima vacanza che mi capita), ma solo un paio di famiglie tedesche e dei ragazzi finlandesi. Il resto del turismo è turismo interno indiano, chi può permetterselo ovviamente. Gli indiani si concentrano tutti alla famosa Radhanagar beach, la spiaggia numero 7, per cui nelle altre spiagge ci sono pochissimi turisti. Unico difetto di questo lato dell’isola è che non vedrete direttamente il tramonto, e oltretutto il sole sorge e tramonta molto presto: il tramonto è alle 17 circa, dato che le Andamane hanno lo stesso fuso orario dell’India ma sono molto più a Est.

Dopo un paio di giorni di relax abbiamo iniziato ad esplorare l’isola, spostandoci con il tuc tuc. L’altra alternativa più economica sarebbe noleggiare degli scooter, ma non conoscendo le strade abbiamo evitato. Siamo andati alla spiaggia numero 3, famosa per i suoi alberi di mangrovie. Qui riusciamo a fare anche snorkeling, ma non ci sono tanti pesci o coralli vicino a riva, questo penso sia l’unico difetto delle Andamane. La cosa migliore per pranzo è mangiare a qualche banchino o ristorante improvvisato del fritto, decisamente più economico che mangiare nel villaggio turistico, e finire il tutto con una bella noce di cocco. La sera invece ci viziamo un po’ con pesce fresco, granchi e aragosta.

Per ovviare all’unico difetto di queste isole un giorno decidiamo di fare una gita in barca per vedere la barriera corallina: ci dirigiamo verso l’isola di fronte e facciamo snorkeling in un paio di punti lungo la costa, più una immersine con le bombole. Lo spettacolo merita, è un po’ come muoversi in un acquario, anche se la barriera corallina alle Andamane ha subito un sbiancamento importante negli ultimi anni e purtroppo molti sono i coralli morti o spezzati sul fondo.

Il giorno successivo ci aspetta una escursione più impegnativa: andiamo in tuc tuc dall’atro lato dell’isola per visitare la spiaggia numero 6, Elephant beach. Per arrivarci dobbiamo fare un’ora e mezza di trekking nella foresta pluviale tropicale in un sentiero pieno di fango. Le infradito sono sconsigliatissime, noi siamo attrezzati con gli scarponi da trekking. Molto incoraggiante il baracchino all’ingresso che prende i nomi e i numeri di telefono per cercare eventuali dispersi a fine giornata (già mi immagino quello che dice: “via oggi è andata bene, ne mancano solo 2, altri giorni ne abbiamo persi di più”). Ci sono poi guide improvvisate che si offrono di accompagnarvi fino alla spiaggia, ma noi decidiamo di andare da soli. Non abbiamo fatto nemmeno in tempo a iniziare, che ecco un primo serpente verde ci attraversa il sentiero a pochi passi. Andiamo avanti e attraversiamo la fitta foresta tropicale e il fango, finché non arriviamo in un ambiente molto particolare, un fiumiciattolo si getta in mare creando una serie di acquitrini e dune di sabbia abitate da granchi e pesci che vivono nell’acqua salmastra. Nonostante ci fossero delle impronte di elefante lungo il sentiero, non troviamo punti elefanti alla spiaggia e rimaniamo un po’ delusi. La spiaggia di per se è bella, con molti tronchi scenografici sulla riva, ma il mare era agitato ed essendo molto isolata (il fatto ci creava un po’ di inquietudine) decidiamo di tornare presto. Affrontiamo il trekking per tornare alla strada non senza difficoltà: ci siamo quasi persi nel dedalo di fiumiciattoli per trovare l’imbocco del sentiero (pensiamo se avessimo preso la giuda…) e guadando uno di questi fiumiciattoli siamo quasi montati su un bel serpente color sabbia arrotolato in agguato sotto la superficie dell’acqua salmastra. Passate queste difficoltà abbiamo ritrovato il nostro tuc tuc e decidiamo di andare a rilassarsi a Radhanagar beach, la spiaggia numero 7. È la più famosa e probabilmente la più bella se si guarda alla spiaggia in sé, una striscia di sabbia bianca lunga 1 km e mezzo, da cui godere di bellissimi tramonti. Ma sinceramente è un po’ affollata, sono molti i turisti indiani che si concentrano al centro della spiaggia e fanno il bagno vestiti, creando una macchia di colore.

Siamo giunti al termine del nostro lungo viaggio, il rientro è molto lungo e richiede 2 giorni: traghetto verso Port Blair, il giorno seguente volo per Delhi con scalo a Calcutta, lunga sosta a Delhi, aereo per Doha (Qatar) e infine volo diretto per Pisa. Cosa abbiamo imparato e cosa ci portiamo dietro da questo viaggio? Innanzi tutto è stato un viaggio speciale per molte ragioni. Ci siamo abituati al caos e al traffico indiano tanto da non farci quasi più caso, siamo sopravvissuti al cibo indiano super speziato, anche se dopo 10 giorni c’è stata una breve crisi (da mettere sempre in conto in un viaggio in India) e abbiamo ceduto a qualche piatto occidentale. Ci siamo anche lasciati un po’ coccolare in qualche albergo un po’ più lussuoso per rifarci della fatica del viaggio e dei lunghi spostamenti in auto. Infine, abbiamo cercato di non visitare solo i monumenti ma di immergerci per quanto possibile nella vita quotidiana, nei mercati, di incontrare gente comune. Cosa non facile devo dire perché in un paese come l’India se hai una guida ti senti sempre turista: quando cerchi un ristorante, quando ti suggeriscono un negozio, fai sempre parte di una categoria diversa, l’Occidente è visto come la parte più ricca del mondo e per loro sei l’occidentale da “spennare”. Non è facile confonderti con la gente comune, soprattutto se ti porti dietro uno zaino con 8 kg di attrezzatura fotografica. Tante volte ci hanno chiesto della nostra macchina fotografica, dell’orologio, delle nostre scarpe (nemmeno di marca), quanto costano in Italia ecc… Questo forse è l’unico rammarico del viaggio. Per il resto è stata un’esperienza unica, una full immersion nella vita indiana, cibo, tradizioni, religione, modo di vivere, così profondamente diverse dalle nostre che penso sia impossibile per noi capire davvero anche solo una piccola parte della loro cultura.

Abbiamo parlato con le guide della loro cultura, delle loro famiglie, in generale abbiamo capito che vivono tutti secondo degli schemi e delle regole ben definite: i matrimoni combinati sono la norma e devono avvenire all’interno della stessa casta. Le caste sono 4, intoccabili, commercianti, guerrieri e bramini e sono ereditarie, non hanno a che fare con le professioni moderne, anche se gli intoccabili faranno sempre professioni umili e vivono in povertà e per la mentalità indiana è impossibile l’ascesa sociale. Solo in un’occasione la nostra guida ci ha detto di aver sposato una persona di una casta inferiore e di aver dovuto lasciare la loro città e le loro famiglie per questo. Un’altra guida invece era veramente fuori dagli schemi, un libero pensatore direi, sposato con un’italiana, se ne è andato di casa per sposarsi ma, anche se c’è voluto diverso tempo, ora ha riallacciato i rapporti con la famiglia.

Cosa ci portiamo dietro di questo viaggio speciale? Sicuramente un’emozione forte, ma ci sentiamo anche arricchiti culturalmente e spiritualmente, e auguriamo che anche voi possiate lasciare da parte tutti i preconcetti, come il fatto che l’India è un paese povero e che si vede la gente morire di fame per strada, per lasciarvi rapire dalla cultura e dalla spiritualità di questo paese meraviglioso.

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India: i templi e la valle del Gange (parte seconda)

Abbiamo descritto l’itinerario completo e la prima parte del nostro viaggio in India che ci ha portato fino ad Agra in questo articolo:

https://simonesabatelli.wordpress.com/2017/03/07/india-rajasthan-parte-prima/

Inizia ora la seconda parte del nostro tour: ad Agra prendiamo il treno per dirigerci a Jhansj, da cui raggiungeremo Orchha. Il paesaggio è molto diverso, non più secco e aspro come il Rajasthan, non più nebbioso come Delhi e Agra, ma lussureggiante e avvolto da una foresta di teak. Visitiamo il Jahangir Mahal, risalente al 17° secolo. Si trova su una collina e domina la foresta circostante, da cui affiorano le cupole dei vari templi, il paesaggio è bellissimo. Gli interni sono generalmente più semplici rispetto ad altri palazzi che abbiamo visitato, ma alcuni soffitti sono decorati da ricchissime pitture.

Dopo Orchha ci siamo diretti a Khajuraho, famosa per i suoi templi induisti e giainisti. Eretti tra il 950 ed il 1050 circa, sono un esempio dell’architettura dell’India settentrionale. In origine c’erano 80 templi e la città era circondata da mura, ma sono giunti fino a noi solo 22 templi, che sorprendentemente non hanno subito saccheggi. I templi sono divisi in due gruppi, la parte ovest, la più vasta, e la parte est. Essendo da lungo tempo patrimonio dell’UNESCO, il sito è molto ben tenuto e si passeggia in un bel giardino con il prato quasi all’inglese. I templi sono ricchissimi di bassorilievi, una vera gioia per gli occhi. I bassorilievi sono molto famosi perché, mentre la maggior parte di essi mostra scene della vita di tutti giorni, una parte mostra scene erotiche che hanno dato origine alla tradizione del Kamasutra. Il motivo non è chiaro, probabilmente all’epoca della costruzione veniva seguita la tradizione tantrica, secondo la quale la soddisfazione dei desideri terreni è un passo verso il nirvana.

Avevamo una mattinata di tempo libero e ci è stato proposto di partecipare a un safari nella Panna Tiger Reserve, il cui ingresso si trova a poco più di mezz’ora di auto da Khajuraho. Siamo partiti la mattina molto presto prima dell’alba, con un fuoristrada scoperto. Sicuramente una cosa da ricordare è il freddo a quell’ora presto. Alle prima luci ci siamo inoltrati nel parco, prima in una foresta di alberi di teak, poi nella savana, poi lungo il corso di un fiume. Le speranze di avvistare la tigre erano in realtà basse e non la abbiamo vista, ma in compenso abbiamo avvistato molti altri animali: varie specie di cervi e antilopi, scimmie, coccodrilli, uccelli vari, pavoni, pappagalli. Devo dire quindi che il safari è stata davvero una bella esperienza.

Ritornando al nostro hotel abbiamo avuto anche l’occasione di passare in diversi villaggi nelle campagne indiane fuori dalla riserva naturalistica e di osservare la vita nei campi, semplice ma dignitosa.

L’ultima tappa del nostro tour è probabilmente la città più significativa dell’India, la più spirituale: Varanasi. Questa sorge lungo il fiume Gange, lungo cui sono stati edificati i ghat, le scalinate che scendono nel fiume e permettono ai pellegrini induisti di fare il bagno rituale e di purificarsi. Ogni sovrano e signore dell’India voleva avere il suo ghat, per cui in cima alla scalinata vi hanno edificato i loro palazzi che facevano anche da ricovero per i propri sudditi. Varanasi è sacra per gli induisti, e i ghat vengono usati anche per le cremazioni. È una sensazione molto forte ritrovarsi davanti a diverse pire funebri che bruciano all’aperto lungo il fiume, il corpo avvolto in un lenzuolo arancione sopra una catasta di legna. Dietro pile di legna pronte a bruciare, per fare cremazioni a ciclo continuo tutto il giorno. Secondo la religione induista, che crede nella reincarnazione, morire a Varanasi permette di liberarsi della materialità nella rinascita successiva. Se questo non e’ possibile, si cerca di fare almeno la cerimonia funebre a Varanasi e disperdere le proprie ceneri nel fiume per elevarsi nel ciclo delle reincarnazioni verso una forma più pura. Passeggiare lungo i ghat vuol dire incontrare ogni sorta di persone, dai santoni induisti, qui numerosi (alcuni magari in cerca solo di qualche spicciolo, altri quasi in trance durante le loro preghiere) a occidentali un po’ sbandati che qui cercavano la loro strada o la loro nuova vita e ora vivono per strada. Numerosi gli studenti universitari anche occidentali, visto la presenza di una grossa università internazionale, oltre alla Benares Hindu University, famosa per il suo campus immerso nel verde e tenuto benissimo (non sembra nemmeno di essere in India dentro il campus).

Ma Varanasi è sacra anche per i buddisti: infatti la località di Sarnath, nella parte nord della città, è famosa per essere il luogo della prima predicazione di Budda. Ora vi sorgono numerosi templi buddisti ed è meta di pellegrinaggio. La cosa particolare è che ogni paese buddista ha costruito un templio nel suo stile locale, quindi possiamo distinguere il tempio tibetano da quello giapponese da quello laotiano ecc.

Una delle cose più suggestive di Varanasi è assistere alla cerimonia del Ganga Aarti al tramonto sul Gange. Il Ganga Aarti è un rituale induista dedicato alla Dea Madre Ganga, il più sacro tra i fiumi indiani, un rito devozionale che utilizza il fuoco come offerta (aarti, in sanscrito, significa rimozione del buio). Centinaia di persone si radunano al Dasaswamedh Ghat, nei pressi del Tempio Kashi Vishwanath. La cerimonia viene eseguita su dei piccoli palchi, di fronte al fiume, da un gruppo di giovani pandit (è un titolo onorifico col quale si indica uno studioso della religione, della musica, della filosofia o della lingua sanscrita), avvolti in vesti color lilla con i piatti per la puja (le offerte) sparsi davanti a loro. La cerimonia è altamente coreografica, i pandit sono 12 e si muovono in perfetta sincronia. Prima scendono verso il fiume per una prima offerta, poi iniziano ad agitare in aria bastoncini di incenso, infine grandi lampade fiammeggianti, il tutto accompagnato da canti e dal suono di molte campanelle.

Molto suggestivo è fare un’escursione in barca sul Gange la mattina all’alba, con il silenzio di una barca a remi. È l’occasione migliore per osservare i primi pellegrini che iniziano a fare il bagno nel fiume, le lavandaie che lavano i panni, gli operai che preparano le cataste di legna per le cremazioni del giorno e gettano nel fiume le ceneri del giorno precedente, il tutto avvolto nella luce dorata dell’alba.

L’ultima parte del nostro viaggio in India nel prossimo articolo del blog.

India: Rajasthan (parte prima)

 

Il nostro viaggio in India si è svolto a Dicembre 2016 come viaggio di nozze ed è stato organizzato dall’agenzia Viaggigiovani, avendo come referente locale il tour operator Hi Tours. Il viaggio è durato in tutto 3 settimane e si può considerare in un certo senso come 3 viaggi in 1: la prima parte è stata il classico tour del Rajasthan (Delhi, Mandawa, Bikaner, Jodhpur, Jaipur, Agra) la seconda parte è stata la visita dei templi di Orchha e Khajuraho, per poi arrivare a Varanasi, la città sacra sul Gange. L’ultima parte invece è stata una settimana più (o meno) rilassante sulle isole Andamane. Nonostante questo, possiamo dire di aver visto solo una piccola parte dell’India, dato che è il settimo paese per estensione geografica al mondo (3.287.263 km²) e il secondo più popolato, con 1.335.250.000 abitanti. Per gli spostamenti ci siamo affidati a un autista con auto privata, e anche per gli hotel ci siamo trattati bene, visti comunque i prezzi relativamente contenuti: siamo stati in bellissimi hotel 4 o 5 stelle che originariamente erano i palazzi dei maharaja o di alti nobili locali e poi usati anche dai funzionari inglesi durante la dominazione coloniale. Anche il servizio è maniacale e servizievole fino all’imbarazzo, in alcuni casi a cena eravamo circondati da camerieri che ci aggiustavano persino il tovagliolo sulle gambe, per non parlare della guida che ti apre e chiude la portiera dell’auto. Ovviamente tutto questo ha uno scopo che si chiama mancia…

Dobbiamo dire innanzitutto che il tour è stato molto bello e l’India è un paese molto affascinante. Sede della civiltà della valle dell’Indo e regione di rotte commerciali storiche e di vasti imperi, l’India ha dato origine a quattro grandi religioni del mondo, l’induismo, il buddismo, il giainismo e il sikhismo, mentre lo zoroastrismo, l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam arrivarono entro il I millennio d.C., creando una vastissima diversità culturale. L’India è stata poi gradualmente annessa alla Compagnia britannica delle Indie Orientali dai primi decenni del XVIII secolo e colonizzata dal Regno Unito dalla metà del XIX secolo, finché nel 1947 ha guadagnato l’indipendenza dopo una lotta non violenta guidata da Gandhi. I punti forti del nostro tour sono stati sicuramente il lato culturale, artistico e archeologico: le prime due settimane sono state incentrate sulla visita delle città e dei monumenti. Ovviamente l’altra cosa di impatto è stato immergersi nella vita e nell’universo culturale indiano. Questo vuol dire sia il caos delle città, il traffico senza regole apparenti (su una strada a 2 corsie le auto si disporranno almeno su 3 file), un diverso concetto di pulizia, ma anche l’universo religioso induista, gianista e sikhista , la tolleranza e la commistione con il mondo musulmano, buddista e cristiano. C’è poi l’impatto con il cibo indiano, super speziato e piccante. Da un punto di vista naturalistico non ci siamo fatti mancare un safari nella Panna Tiger Reserve. L’ultima settimana è stata invece l’occasione per rilassarsi al mare (ma fino a un certo punto, perché abbiamo fatto diverse escursioni), ma in un posto ancora abbastanza sconosciuto al turismo di massa e dominato dal turismo locale indiano (per chi se lo può permettere). È stata l’occasione per fare snorkeling e scuba diving nella barriera corallina, nonché trekking nella foresta tropicale (infestata di serpenti).

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Quando andare in India? Se volete evitare il caldo asfissiante di Maggio e Giugno (a volte si raggiungono anche 50 gradi) e l’umidità della stagione dei monsoni durante i mesi estivi, la scelta si restringe ai mesi da Novembre a Marzo. Se volete visitare anche le isole tropicali come le Andamane, dovete andare però da metà Dicembre in poi, altrimenti sarà sempre la stagione degli cicloni (ne è passato uno proprio la settimana prima del nostro arrivo sulle isole). Il mese di Dicembre sembra sia anche il mese dee matrimoni (proprio per il clima più mite), quindi abbiamo avuto modo di vedere numerose cerimonie sfarzose in puro stile indiano.

Una nota riguardo la valuta: abbiamo avuto problemi a cambiare decentemente gli Euro in Rupie a causa della messa al bando delle vecchie banconote da 500 e 1000 Rupie (i tagli più grandi, che valgono circa 7 e 14 Euro). Per questo motivo non ci è stato possibile cambiare in Italia e in India era impossibile cambiare nelle banche, perché c’erano code chilometriche di chi cercava di cambiare la vecchia valuta nelle nuove banconote (operazione limitata a circa 50 Euro al giorno). L’unico modo era nei cambi non ufficiali, che praticavano un tasso a dir poco da ladri. In ogni caso negli hotel e nei ristoranti turistici la carta di credito è sempre accettata. L’atro lato folcloristico della faccenda era che l’unica banconota nuova era da 2000 Rupie, che però è un taglio troppo grosso per i pagamenti di tutti i giorni. Ci siamo così ritrovati in tasca un malloppo esagerato di banconote da 100 Rupie (1,4 Euro) che in realtà non avevano un gran valore facciale.

Se andrete in India quasi sicuramente arriverete a Delhi. Il primo impatto è con il caos del traffico, ma se andate nel periodo invernale come noi anche con la nebbia e lo smog. Tutta la città è coperta da questa cappa grigia poco salutare, mentre le temperature sono primaverili di giorno, abbastanza fresche di notte. A Delhi potrete visitare alcuni importanti monumenti, tra cui sicuramente il Red Fort. Con un giro in risciò ci siamo immersi nelle strade e nel caos della Old Delhi, vicoletti caratterizzati da intricatissimi fili della corrente appesi ai pali e alle facciate delle abitazioni, venditori ambulanti e mercati in strada, altri risciò, tuc tuc e chi più ne ha più ne metta. L’altro monumento da non perdere è la moschea di Jama, costruita nel 1656 dall’imperatore Shah Jahan della dinastia Moghul. Qui abbiamo scoperto un diverso concetto di moschea, dove diversamente da quelle del medio oriente e dei paesi arabi a cui eravamo abituati, tutto avviene all’aperto. Ci si deve ovviamente togliere le scarpe, non c’è un edificio in cui entrare, ma un grande cortile aperto circondato da un porticato. Nel porticato ci sono delle porte enormi ai vari ingressi, mentre la parete principale ha una nicchia che indica la direzione verso cui pregare. La dinastia Moghul (1526-1707), il cui regno aveva come capitale Delhi, è anche quella che ha determinato lo stile dominante degli edifici musulmani. Per esempio un altro monumento degno di nota è la tomba dell’imperatore Moghul Humayun, fatta realizzare dalla moglie dello stesso imperatore. Questo è stato di ispirazione per il Taj Mahal, e passeggiare per i suoi giardini ammirando l’armonia delle sue forme al tramonto è senz’altro un’esperienza da non perdere.

Gli spostamenti in generale in India sono lunghi a causa delle condizioni delle strade, nonché del caos con sorpassi azzardati, motociclette e scooter, soprattutto appena si abbandona l’autostrada per addentrarsi nelle campagne. Arrivare a Mandawa ha richiesto circa 7 ore, l’intera giornata. Abbiamo visto qualche cittadina, numerosi banchi di frutta, verdura e arachidi (sembra che siano una cosa tipica), e tipici carretti trainati da dromedari (si dice che i dromedari siano stati portati qui da Alessandro Magno e che qui abbiano trovato un clima ideale, dato che siamo ai confini del deserto che occupa la parte nord occidentale dell’India). Il giorno successivo visitiamo Mandawa, che è famosa per le havelis, la case dei ricchi mercanti interamente decorate con pitture murali. Purtroppo ora quasi tutte le famiglie importanti si sono trasferite nelle grandi città, lasciando solo dei guardiani per mantenere le case. Tutto il paese sembra un posto un po’ dimenticato, complice il clima secco e la polvere del deserto che arriva fino a qui, oltre alla pessima strada che abbiamo dovuto fare per arrivarci.

Dopo diverse ore arriviamo a Bikaner dove visitiamo il Forte Junagarh, che era la residenza del Maharaja. Gli interni in particolare sono riccamente decorati, con intarsi, decorazioni con osso, specchi, metalli e gemme.

La sera al nostro hotel troviamo un matrimonio sfarzosissimo, che scopriamo essere di alcuni nobili locali eredi dei Maharaja. Mentre osservavamo da fuori la festa l’autista di uno dei partecipanti si mette a parlare con noi e con tutta l’ospitalità indiana ci fa imbucare alla festa per fare delle foto dei partecipanti e anche qualche assaggio del cibo. Insomma, una vera full immersion nell’alta società indiana!

Il giorno seguente ci dirigiamo a Jodhpur, la città blu. È un giorno di spostamento, ma durante il viaggio abbiamo l’occasione di fare due tappe significative: il Karni Mata, il tempio famoso perché vi vivono centinaia di topi, e un ospedale per le mucche. Le mucche sono un animale sacro, la cosa è legata anche al fatto che le mucche producono il latte che permette di crescere i neonati e sono viste come una seconda mamma. In questo ospedale vi sono centinaia di mucche con i più disparati problemi, che vengono curate o, quando non è possibile, tenute in vita fino alla morte naturale. La prima mucca che è stata curata da questo ospedale circa 10 anni fa ora viene venerata come animale sacro.

L’indomani a Jodhpur visitiamo il Jaswant Thada, un mausoleo in marmo bianco situato nel posto dove venivano cremati i maharaja (la tradizione continua per gli attuali eredi). Vicino c’è il forte Meherangarh, uno dei più belli del Rajasthan, costruito su una collina a picco sulla città e con raffinate architetture. Vediamo il panorama con le case dipinte di blu, che danno il soprannome alla città, e sentiamo che questa città ha qualcosa di particolare che la distingue dalle altre che abbiamo visto fino ad ora. Prima del tramonto visitiamo la piazza principale dove si svolge il mercato e gran parte della vita cittadina. Muovendoci ormai in maniera disinvolta nel caos e nel traffico di tuc tuc e motorini, ci immergiamo nei colori e nell’atmosfera magica di questa città che tanto ha ispirato uno dei grandi fotografi contemporanei, Steve McCurry.

Un altro giorno di viaggio è stato necessario per arrivare a Jaipur. Iniziamo la visita la mattina successiva partendo dall’Amber Fort. Innanzitutto dobbiamo dire che, insieme al Taj Mahal, è uno dei luoghi più affollati di turisti, per cui appena arrivati preparatevi ad essere assaliti dai venditori ambulanti (devo dire che in generale non ce ne sono tantissimi in India, a differenza dei paesi Arabi, mentre potete stare tranquilli che ogni guida, al termine del suo giro, vi porterà a fare acquisti in qualche negozio di amico/fratello/cugino ecc.). L’Amber Fort si trova in cima a una collina ed è possibile salirci in elefante o con la jeep, ma la prima è sicuramente la cosa più caratteristica. Per salire l’elefante si allinea a una banchina rialzata (circa 2-3 metri), per cui salire è facilissimo, vi basta accomodarvi sulla portantina che si trova sul dorso dell’elefante e reggersi quando questo inizia a camminare. Per scende stessa procedura. Il forte di Amber è un esempio di commistione tra l’architettura indù e musulmana. Fanno parte della prima le decorazioni dei capitelli delle colonne con elefanti o altri animali, le colonne multiple, gli archi a forma di fiore di loto. Sono architettura musulmana invece gli archi ogivali, le cupole tondeggianti e le decorazioni geometriche (non possono rappresentare animali o persone, per cui spesso usano le lettere stesse per scrivere e fare delle decorazioni). Entrando nel forte si passa attraverso vari cortili ognuno con il suo stile architettonico, uno dei più belli con decorazioni con specchi e argento.

Jodhpur è famosa anche per la lavorazione delle pietre dure, vi sono diversi laboratori e molti negozi che vendono ogni tipo di ornamento. La visita più interessante è stata invece quella a una manifattura di tappeti a Jaipur, dove vediamo le varie fasi della lavorazione a mano. Interessante anche la decorazione delle stoffe con degli stampi fatti a mano.

Ultima tappa del tour del Rajasthan è Agra. Sulla strada ci fermiamo prima a Fatehpur Sikri a visitare la famosa moschea Jami Mashid, una delle più grandi dell’India ed esempio di architettura Moghul. Si etra attraverso una enorme porta e ci si affaccia su un enorme cortile. Anche questa moschea non ha un edificio chiuso, ad eccezione della piccola tomba del mistico sufi Sheikh Salim Chisti.

Ad Agra visitiamo ovviamente il Taj Mahal, mausoleo costruito dall’imperatore Mughal Shah Jahan per la sua moglie preferita, Mumtaz Mahal. È stato progettato dall’architetto persiano Ustad Isa e ci sono voluti 22 anni per costruirlo. Mumtaz Mahal sposò il Principe Khurram (incoronato in seguito Gran Mogol con il nome di Shah Jahan) il 10 maggio 1612 all’età di 19 anni; ella divenne la sua terza moglie, ma ben presto fu la sua favorita per tutto il resto della sua vita. Mumtaz Mahal seguì fedelmente suo marito durante le sue campagne militari nel Deccan e in seguito durante la sua ribellione contro suo padre nel 1622. Mumtaz diede a Shah Jahan ben quattordici figli, sette dei quali morirono giovanissimi. Ella stessa morì di parto a Burhanpur nel Deccan il 17 giugno 1631 all’età di soli 38 anni, mentre era al seguito di Shah Jahan nella sua campagna contro i signori della dinastia Lodhi. La leggenda vuole che in punto di morte, dopo aver dato alla luce il suo quattordicesimo figlio, Mumtaz chiese come ultimo desiderio a suo marito di erigere un monumento come simbolo del loro amore, e di non sposare mai nessun’altra donna. L’Imperatore, disperato, giurò solennemente e dopo la morte della sua amata restò recluso in assoluta solitudine per un intero anno; quando si mostrò nuovamente in pubblico apparve come un uomo emaciato, con la faccia scavata e i capelli completamente bianchi. Shah Jahan mantenne la promessa fatta alla sua favorita e ordinò la costruzione del mausoleo di Mumtaz, il  Taj Mahal, chiamato “poesia di pietra”, spendendo gran parte del tesoro imperiale per la sua costruzione.

Una ragione della straordinarietà dell’opera è la perfetta geometria delle sue forme e la ricerca quasi ossessiva della simmetria. La cupole sono eleganti, le facciate finemente intagliate con bellissimi intarsi di marmo. All’esterno ai suoi lati vi sono due edifici simmetrici, ma solo uno è una moschea, l’altro ha il solo scopo di mantenere la simmetria. In origine il progetto prevedeva la costruzione di un complesso identico dalla parte opposta del fiume decorato con marmo nero invece che bianco, ed esisterebbero prove archeologiche che ne attesterebbero l’inizio della costruzione: nel progetto iniziale questo doveva essere il mausoleo dell’imperatore. I due mausolei dovevano poi essere collegati con un ponte in marmo o in oro. Subito dopo la fine della costruzione del Taj Mahal, suo figlio, tuttavia, preoccupato per le ingenti somme di denaro già sborsate per la costruzione del primo mausoleo, costrinse il padre agli arresti e ne prese il posto sul trono nel 1658. In questo stesso periodo la capitale dell’impero Moghul fu spostata da Agra a Delhi, facendo diminuire notevolmente l’importanza di questa città e l’attenzione delle autorità su di essa. Alla sua morte nel 1666 l’imperatore venne seppellito accanto alla moglie. L’ironia della sorte ha voluto che proprio lui fosse il responsabile della rottura della perfetta simmetria della struttura: le sue spoglie furono infatti portate nel mausoleo, ma la presenza della sua tomba non era prevista: la sua collocazione rovina la perfezione altrimenti assoluta della simmetria del Taj Mahal.

Nel prossimo articolo la seconda parte del viaggio.