India: isole Andamane (parte terza)

Abbiamo descritto l’itinerario completo e le prime due parti del nostro viaggio in India in questi articoli:

https://simonesabatelli.wordpress.com/2017/03/07/india-rajasthan-parte-prima/

https://simonesabatelli.wordpress.com/2017/03/22/india-i-templi-e-la-valle-del-gange-parte-seconda/

L’ultima parte della nostra vacanza è stata alle isole Andamane. Per arrivarci dobbiamo tornare a Delhi e lì prendere un lungo volo notturno che fa scalo a Calcutta. Per l’accesso alle isole, che sono un parco protetto, i turisti devono far in loco un permesso speciale e la permanenza è limitata a 1 mese. Arrivati sull’isola principale a Port Blair sentiamo subito la differenza di clima, qui è caldo umido, molto umido. Il viaggio poi non è finito, ma ci attendono 2 ore di navigazione con un aliscafo veloce verso la più piccola isola di Havelock. Il mare è ingrossato e, dopo il divertimento dei bambini i primi 2 minuti, gli inservienti non fanno altro che distribuire sacchetti per il vomito per tutta la navigazione.

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La nostra sistemazione sull’isola di Havelock è il Munjoh Ocean Resort, sulla spiaggia numero 5. È un buon villaggio, forse un po’ costoso, le casine hanno un ottimo comfort, pareti di muratura e tetto di paglia. La spiaggia dista pochi metri, sabbia bianchissima, palme e alberi giganteschi alle spalle. Tutte le isole infatti sono ricoperte da una fitta vegetazione tropicale. I colori sono stupendi, cielo azzurro, acqua cristallina, e qualche barca ancorata tinta di un giallo vivo. La cosa migliore è che ci sono veramente pochi turisti, regna la pace e la tranquillità. Nella nostra settimana di permanenza non abbiamo incontrato un italiano (è la prima vacanza che mi capita), ma solo un paio di famiglie tedesche e dei ragazzi finlandesi. Il resto del turismo è turismo interno indiano, chi può permetterselo ovviamente. Gli indiani si concentrano tutti alla famosa Radhanagar beach, la spiaggia numero 7, per cui nelle altre spiagge ci sono pochissimi turisti. Unico difetto di questo lato dell’isola è che non vedrete direttamente il tramonto, e oltretutto il sole sorge e tramonta molto presto: il tramonto è alle 17 circa, dato che le Andamane hanno lo stesso fuso orario dell’India ma sono molto più a Est.

Dopo un paio di giorni di relax abbiamo iniziato ad esplorare l’isola, spostandoci con il tuc tuc. L’altra alternativa più economica sarebbe noleggiare degli scooter, ma non conoscendo le strade abbiamo evitato. Siamo andati alla spiaggia numero 3, famosa per i suoi alberi di mangrovie. Qui riusciamo a fare anche snorkeling, ma non ci sono tanti pesci o coralli vicino a riva, questo penso sia l’unico difetto delle Andamane. La cosa migliore per pranzo è mangiare a qualche banchino o ristorante improvvisato del fritto, decisamente più economico che mangiare nel villaggio turistico, e finire il tutto con una bella noce di cocco. La sera invece ci viziamo un po’ con pesce fresco, granchi e aragosta.

Per ovviare all’unico difetto di queste isole un giorno decidiamo di fare una gita in barca per vedere la barriera corallina: ci dirigiamo verso l’isola di fronte e facciamo snorkeling in un paio di punti lungo la costa, più una immersine con le bombole. Lo spettacolo merita, è un po’ come muoversi in un acquario, anche se la barriera corallina alle Andamane ha subito un sbiancamento importante negli ultimi anni e purtroppo molti sono i coralli morti o spezzati sul fondo.

Il giorno successivo ci aspetta una escursione più impegnativa: andiamo in tuc tuc dall’atro lato dell’isola per visitare la spiaggia numero 6, Elephant beach. Per arrivarci dobbiamo fare un’ora e mezza di trekking nella foresta pluviale tropicale in un sentiero pieno di fango. Le infradito sono sconsigliatissime, noi siamo attrezzati con gli scarponi da trekking. Molto incoraggiante il baracchino all’ingresso che prende i nomi e i numeri di telefono per cercare eventuali dispersi a fine giornata (già mi immagino quello che dice: “via oggi è andata bene, ne mancano solo 2, altri giorni ne abbiamo persi di più”). Ci sono poi guide improvvisate che si offrono di accompagnarvi fino alla spiaggia, ma noi decidiamo di andare da soli. Non abbiamo fatto nemmeno in tempo a iniziare, che ecco un primo serpente verde ci attraversa il sentiero a pochi passi. Andiamo avanti e attraversiamo la fitta foresta tropicale e il fango, finché non arriviamo in un ambiente molto particolare, un fiumiciattolo si getta in mare creando una serie di acquitrini e dune di sabbia abitate da granchi e pesci che vivono nell’acqua salmastra. Nonostante ci fossero delle impronte di elefante lungo il sentiero, non troviamo punti elefanti alla spiaggia e rimaniamo un po’ delusi. La spiaggia di per se è bella, con molti tronchi scenografici sulla riva, ma il mare era agitato ed essendo molto isolata (il fatto ci creava un po’ di inquietudine) decidiamo di tornare presto. Affrontiamo il trekking per tornare alla strada non senza difficoltà: ci siamo quasi persi nel dedalo di fiumiciattoli per trovare l’imbocco del sentiero (pensiamo se avessimo preso la giuda…) e guadando uno di questi fiumiciattoli siamo quasi montati su un bel serpente color sabbia arrotolato in agguato sotto la superficie dell’acqua salmastra. Passate queste difficoltà abbiamo ritrovato il nostro tuc tuc e decidiamo di andare a rilassarsi a Radhanagar beach, la spiaggia numero 7. È la più famosa e probabilmente la più bella se si guarda alla spiaggia in sé, una striscia di sabbia bianca lunga 1 km e mezzo, da cui godere di bellissimi tramonti. Ma sinceramente è un po’ affollata, sono molti i turisti indiani che si concentrano al centro della spiaggia e fanno il bagno vestiti, creando una macchia di colore.

Siamo giunti al termine del nostro lungo viaggio, il rientro è molto lungo e richiede 2 giorni: traghetto verso Port Blair, il giorno seguente volo per Delhi con scalo a Calcutta, lunga sosta a Delhi, aereo per Doha (Qatar) e infine volo diretto per Pisa. Cosa abbiamo imparato e cosa ci portiamo dietro da questo viaggio? Innanzi tutto è stato un viaggio speciale per molte ragioni. Ci siamo abituati al caos e al traffico indiano tanto da non farci quasi più caso, siamo sopravvissuti al cibo indiano super speziato, anche se dopo 10 giorni c’è stata una breve crisi (da mettere sempre in conto in un viaggio in India) e abbiamo ceduto a qualche piatto occidentale. Ci siamo anche lasciati un po’ coccolare in qualche albergo un po’ più lussuoso per rifarci della fatica del viaggio e dei lunghi spostamenti in auto. Infine, abbiamo cercato di non visitare solo i monumenti ma di immergerci per quanto possibile nella vita quotidiana, nei mercati, di incontrare gente comune. Cosa non facile devo dire perché in un paese come l’India se hai una guida ti senti sempre turista: quando cerchi un ristorante, quando ti suggeriscono un negozio, fai sempre parte di una categoria diversa, l’Occidente è visto come la parte più ricca del mondo e per loro sei l’occidentale da “spennare”. Non è facile confonderti con la gente comune, soprattutto se ti porti dietro uno zaino con 8 kg di attrezzatura fotografica. Tante volte ci hanno chiesto della nostra macchina fotografica, dell’orologio, delle nostre scarpe (nemmeno di marca), quanto costano in Italia ecc… Questo forse è l’unico rammarico del viaggio. Per il resto è stata un’esperienza unica, una full immersion nella vita indiana, cibo, tradizioni, religione, modo di vivere, così profondamente diverse dalle nostre che penso sia impossibile per noi capire davvero anche solo una piccola parte della loro cultura.

Abbiamo parlato con le guide della loro cultura, delle loro famiglie, in generale abbiamo capito che vivono tutti secondo degli schemi e delle regole ben definite: i matrimoni combinati sono la norma e devono avvenire all’interno della stessa casta. Le caste sono 4, intoccabili, commercianti, guerrieri e bramini e sono ereditarie, non hanno a che fare con le professioni moderne, anche se gli intoccabili faranno sempre professioni umili e vivono in povertà e per la mentalità indiana è impossibile l’ascesa sociale. Solo in un’occasione la nostra guida ci ha detto di aver sposato una persona di una casta inferiore e di aver dovuto lasciare la loro città e le loro famiglie per questo. Un’altra guida invece era veramente fuori dagli schemi, un libero pensatore direi, sposato con un’italiana, se ne è andato di casa per sposarsi ma, anche se c’è voluto diverso tempo, ora ha riallacciato i rapporti con la famiglia.

Cosa ci portiamo dietro di questo viaggio speciale? Sicuramente un’emozione forte, ma ci sentiamo anche arricchiti culturalmente e spiritualmente, e auguriamo che anche voi possiate lasciare da parte tutti i preconcetti, come il fatto che l’India è un paese povero e che si vede la gente morire di fame per strada, per lasciarvi rapire dalla cultura e dalla spiritualità di questo paese meraviglioso.

India: i templi e la valle del Gange (parte seconda)

Abbiamo descritto l’itinerario completo e la prima parte del nostro viaggio in India che ci ha portato fino ad Agra in questo articolo:

https://simonesabatelli.wordpress.com/2017/03/07/india-rajasthan-parte-prima/

Inizia ora la seconda parte del nostro tour: ad Agra prendiamo il treno per dirigerci a Jhansj, da cui raggiungeremo Orchha. Il paesaggio è molto diverso, non più secco e aspro come il Rajasthan, non più nebbioso come Delhi e Agra, ma lussureggiante e avvolto da una foresta di teak. Visitiamo il Jahangir Mahal, risalente al 17° secolo. Si trova su una collina e domina la foresta circostante, da cui affiorano le cupole dei vari templi, il paesaggio è bellissimo. Gli interni sono generalmente più semplici rispetto ad altri palazzi che abbiamo visitato, ma alcuni soffitti sono decorati da ricchissime pitture.

Dopo Orchha ci siamo diretti a Khajuraho, famosa per i suoi templi induisti e giainisti. Eretti tra il 950 ed il 1050 circa, sono un esempio dell’architettura dell’India settentrionale. In origine c’erano 80 templi e la città era circondata da mura, ma sono giunti fino a noi solo 22 templi, che sorprendentemente non hanno subito saccheggi. I templi sono divisi in due gruppi, la parte ovest, la più vasta, e la parte est. Essendo da lungo tempo patrimonio dell’UNESCO, il sito è molto ben tenuto e si passeggia in un bel giardino con il prato quasi all’inglese. I templi sono ricchissimi di bassorilievi, una vera gioia per gli occhi. I bassorilievi sono molto famosi perché, mentre la maggior parte di essi mostra scene della vita di tutti giorni, una parte mostra scene erotiche che hanno dato origine alla tradizione del Kamasutra. Il motivo non è chiaro, probabilmente all’epoca della costruzione veniva seguita la tradizione tantrica, secondo la quale la soddisfazione dei desideri terreni è un passo verso il nirvana.

Avevamo una mattinata di tempo libero e ci è stato proposto di partecipare a un safari nella Panna Tiger Reserve, il cui ingresso si trova a poco più di mezz’ora di auto da Khajuraho. Siamo partiti la mattina molto presto prima dell’alba, con un fuoristrada scoperto. Sicuramente una cosa da ricordare è il freddo a quell’ora presto. Alle prima luci ci siamo inoltrati nel parco, prima in una foresta di alberi di teak, poi nella savana, poi lungo il corso di un fiume. Le speranze di avvistare la tigre erano in realtà basse e non la abbiamo vista, ma in compenso abbiamo avvistato molti altri animali: varie specie di cervi e antilopi, scimmie, coccodrilli, uccelli vari, pavoni, pappagalli. Devo dire quindi che il safari è stata davvero una bella esperienza.

Ritornando al nostro hotel abbiamo avuto anche l’occasione di passare in diversi villaggi nelle campagne indiane fuori dalla riserva naturalistica e di osservare la vita nei campi, semplice ma dignitosa.

L’ultima tappa del nostro tour è probabilmente la città più significativa dell’India, la più spirituale: Varanasi. Questa sorge lungo il fiume Gange, lungo cui sono stati edificati i ghat, le scalinate che scendono nel fiume e permettono ai pellegrini induisti di fare il bagno rituale e di purificarsi. Ogni sovrano e signore dell’India voleva avere il suo ghat, per cui in cima alla scalinata vi hanno edificato i loro palazzi che facevano anche da ricovero per i propri sudditi. Varanasi è sacra per gli induisti, e i ghat vengono usati anche per le cremazioni. È una sensazione molto forte ritrovarsi davanti a diverse pire funebri che bruciano all’aperto lungo il fiume, il corpo avvolto in un lenzuolo arancione sopra una catasta di legna. Dietro pile di legna pronte a bruciare, per fare cremazioni a ciclo continuo tutto il giorno. Secondo la religione induista, che crede nella reincarnazione, morire a Varanasi permette di liberarsi della materialità nella rinascita successiva. Se questo non e’ possibile, si cerca di fare almeno la cerimonia funebre a Varanasi e disperdere le proprie ceneri nel fiume per elevarsi nel ciclo delle reincarnazioni verso una forma più pura. Passeggiare lungo i ghat vuol dire incontrare ogni sorta di persone, dai santoni induisti, qui numerosi (alcuni magari in cerca solo di qualche spicciolo, altri quasi in trance durante le loro preghiere) a occidentali un po’ sbandati che qui cercavano la loro strada o la loro nuova vita e ora vivono per strada. Numerosi gli studenti universitari anche occidentali, visto la presenza di una grossa università internazionale, oltre alla Benares Hindu University, famosa per il suo campus immerso nel verde e tenuto benissimo (non sembra nemmeno di essere in India dentro il campus).

Ma Varanasi è sacra anche per i buddisti: infatti la località di Sarnath, nella parte nord della città, è famosa per essere il luogo della prima predicazione di Budda. Ora vi sorgono numerosi templi buddisti ed è meta di pellegrinaggio. La cosa particolare è che ogni paese buddista ha costruito un templio nel suo stile locale, quindi possiamo distinguere il tempio tibetano da quello giapponese da quello laotiano ecc.

Una delle cose più suggestive di Varanasi è assistere alla cerimonia del Ganga Aarti al tramonto sul Gange. Il Ganga Aarti è un rituale induista dedicato alla Dea Madre Ganga, il più sacro tra i fiumi indiani, un rito devozionale che utilizza il fuoco come offerta (aarti, in sanscrito, significa rimozione del buio). Centinaia di persone si radunano al Dasaswamedh Ghat, nei pressi del Tempio Kashi Vishwanath. La cerimonia viene eseguita su dei piccoli palchi, di fronte al fiume, da un gruppo di giovani pandit (è un titolo onorifico col quale si indica uno studioso della religione, della musica, della filosofia o della lingua sanscrita), avvolti in vesti color lilla con i piatti per la puja (le offerte) sparsi davanti a loro. La cerimonia è altamente coreografica, i pandit sono 12 e si muovono in perfetta sincronia. Prima scendono verso il fiume per una prima offerta, poi iniziano ad agitare in aria bastoncini di incenso, infine grandi lampade fiammeggianti, il tutto accompagnato da canti e dal suono di molte campanelle.

Molto suggestivo è fare un’escursione in barca sul Gange la mattina all’alba, con il silenzio di una barca a remi. È l’occasione migliore per osservare i primi pellegrini che iniziano a fare il bagno nel fiume, le lavandaie che lavano i panni, gli operai che preparano le cataste di legna per le cremazioni del giorno e gettano nel fiume le ceneri del giorno precedente, il tutto avvolto nella luce dorata dell’alba.

L’ultima parte del nostro viaggio in India nel prossimo articolo del blog.

India: Rajasthan (parte prima)

 

Il nostro viaggio in India si è svolto a Dicembre 2016 come viaggio di nozze ed è stato organizzato dall’agenzia Viaggigiovani, avendo come referente locale il tour operator Hi Tours. Il viaggio è durato in tutto 3 settimane e si può considerare in un certo senso come 3 viaggi in 1: la prima parte è stata il classico tour del Rajasthan (Delhi, Mandawa, Bikaner, Jodhpur, Jaipur, Agra) la seconda parte è stata la visita dei templi di Orchha e Khajuraho, per poi arrivare a Varanasi, la città sacra sul Gange. L’ultima parte invece è stata una settimana più (o meno) rilassante sulle isole Andamane. Nonostante questo, possiamo dire di aver visto solo una piccola parte dell’India, dato che è il settimo paese per estensione geografica al mondo (3.287.263 km²) e il secondo più popolato, con 1.335.250.000 abitanti. Per gli spostamenti ci siamo affidati a un autista con auto privata, e anche per gli hotel ci siamo trattati bene, visti comunque i prezzi relativamente contenuti: siamo stati in bellissimi hotel 4 o 5 stelle che originariamente erano i palazzi dei maharaja o di alti nobili locali e poi usati anche dai funzionari inglesi durante la dominazione coloniale. Anche il servizio è maniacale e servizievole fino all’imbarazzo, in alcuni casi a cena eravamo circondati da camerieri che ci aggiustavano persino il tovagliolo sulle gambe, per non parlare della guida che ti apre e chiude la portiera dell’auto. Ovviamente tutto questo ha uno scopo che si chiama mancia…

Dobbiamo dire innanzitutto che il tour è stato molto bello e l’India è un paese molto affascinante. Sede della civiltà della valle dell’Indo e regione di rotte commerciali storiche e di vasti imperi, l’India ha dato origine a quattro grandi religioni del mondo, l’induismo, il buddismo, il giainismo e il sikhismo, mentre lo zoroastrismo, l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam arrivarono entro il I millennio d.C., creando una vastissima diversità culturale. L’India è stata poi gradualmente annessa alla Compagnia britannica delle Indie Orientali dai primi decenni del XVIII secolo e colonizzata dal Regno Unito dalla metà del XIX secolo, finché nel 1947 ha guadagnato l’indipendenza dopo una lotta non violenta guidata da Gandhi. I punti forti del nostro tour sono stati sicuramente il lato culturale, artistico e archeologico: le prime due settimane sono state incentrate sulla visita delle città e dei monumenti. Ovviamente l’altra cosa di impatto è stato immergersi nella vita e nell’universo culturale indiano. Questo vuol dire sia il caos delle città, il traffico senza regole apparenti (su una strada a 2 corsie le auto si disporranno almeno su 3 file), un diverso concetto di pulizia, ma anche l’universo religioso induista, gianista e sikhista , la tolleranza e la commistione con il mondo musulmano, buddista e cristiano. C’è poi l’impatto con il cibo indiano, super speziato e piccante. Da un punto di vista naturalistico non ci siamo fatti mancare un safari nella Panna Tiger Reserve. L’ultima settimana è stata invece l’occasione per rilassarsi al mare (ma fino a un certo punto, perché abbiamo fatto diverse escursioni), ma in un posto ancora abbastanza sconosciuto al turismo di massa e dominato dal turismo locale indiano (per chi se lo può permettere). È stata l’occasione per fare snorkeling e scuba diving nella barriera corallina, nonché trekking nella foresta tropicale (infestata di serpenti).

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Quando andare in India? Se volete evitare il caldo asfissiante di Maggio e Giugno (a volte si raggiungono anche 50 gradi) e l’umidità della stagione dei monsoni durante i mesi estivi, la scelta si restringe ai mesi da Novembre a Marzo. Se volete visitare anche le isole tropicali come le Andamane, dovete andare però da metà Dicembre in poi, altrimenti sarà sempre la stagione degli cicloni (ne è passato uno proprio la settimana prima del nostro arrivo sulle isole). Il mese di Dicembre sembra sia anche il mese dee matrimoni (proprio per il clima più mite), quindi abbiamo avuto modo di vedere numerose cerimonie sfarzose in puro stile indiano.

Una nota riguardo la valuta: abbiamo avuto problemi a cambiare decentemente gli Euro in Rupie a causa della messa al bando delle vecchie banconote da 500 e 1000 Rupie (i tagli più grandi, che valgono circa 7 e 14 Euro). Per questo motivo non ci è stato possibile cambiare in Italia e in India era impossibile cambiare nelle banche, perché c’erano code chilometriche di chi cercava di cambiare la vecchia valuta nelle nuove banconote (operazione limitata a circa 50 Euro al giorno). L’unico modo era nei cambi non ufficiali, che praticavano un tasso a dir poco da ladri. In ogni caso negli hotel e nei ristoranti turistici la carta di credito è sempre accettata. L’atro lato folcloristico della faccenda era che l’unica banconota nuova era da 2000 Rupie, che però è un taglio troppo grosso per i pagamenti di tutti i giorni. Ci siamo così ritrovati in tasca un malloppo esagerato di banconote da 100 Rupie (1,4 Euro) che in realtà non avevano un gran valore facciale.

Se andrete in India quasi sicuramente arriverete a Delhi. Il primo impatto è con il caos del traffico, ma se andate nel periodo invernale come noi anche con la nebbia e lo smog. Tutta la città è coperta da questa cappa grigia poco salutare, mentre le temperature sono primaverili di giorno, abbastanza fresche di notte. A Delhi potrete visitare alcuni importanti monumenti, tra cui sicuramente il Red Fort. Con un giro in risciò ci siamo immersi nelle strade e nel caos della Old Delhi, vicoletti caratterizzati da intricatissimi fili della corrente appesi ai pali e alle facciate delle abitazioni, venditori ambulanti e mercati in strada, altri risciò, tuc tuc e chi più ne ha più ne metta. L’altro monumento da non perdere è la moschea di Jama, costruita nel 1656 dall’imperatore Shah Jahan della dinastia Moghul. Qui abbiamo scoperto un diverso concetto di moschea, dove diversamente da quelle del medio oriente e dei paesi arabi a cui eravamo abituati, tutto avviene all’aperto. Ci si deve ovviamente togliere le scarpe, non c’è un edificio in cui entrare, ma un grande cortile aperto circondato da un porticato. Nel porticato ci sono delle porte enormi ai vari ingressi, mentre la parete principale ha una nicchia che indica la direzione verso cui pregare. La dinastia Moghul (1526-1707), il cui regno aveva come capitale Delhi, è anche quella che ha determinato lo stile dominante degli edifici musulmani. Per esempio un altro monumento degno di nota è la tomba dell’imperatore Moghul Humayun, fatta realizzare dalla moglie dello stesso imperatore. Questo è stato di ispirazione per il Taj Mahal, e passeggiare per i suoi giardini ammirando l’armonia delle sue forme al tramonto è senz’altro un’esperienza da non perdere.

Gli spostamenti in generale in India sono lunghi a causa delle condizioni delle strade, nonché del caos con sorpassi azzardati, motociclette e scooter, soprattutto appena si abbandona l’autostrada per addentrarsi nelle campagne. Arrivare a Mandawa ha richiesto circa 7 ore, l’intera giornata. Abbiamo visto qualche cittadina, numerosi banchi di frutta, verdura e arachidi (sembra che siano una cosa tipica), e tipici carretti trainati da dromedari (si dice che i dromedari siano stati portati qui da Alessandro Magno e che qui abbiano trovato un clima ideale, dato che siamo ai confini del deserto che occupa la parte nord occidentale dell’India). Il giorno successivo visitiamo Mandawa, che è famosa per le havelis, la case dei ricchi mercanti interamente decorate con pitture murali. Purtroppo ora quasi tutte le famiglie importanti si sono trasferite nelle grandi città, lasciando solo dei guardiani per mantenere le case. Tutto il paese sembra un posto un po’ dimenticato, complice il clima secco e la polvere del deserto che arriva fino a qui, oltre alla pessima strada che abbiamo dovuto fare per arrivarci.

Dopo diverse ore arriviamo a Bikaner dove visitiamo il Forte Junagarh, che era la residenza del Maharaja. Gli interni in particolare sono riccamente decorati, con intarsi, decorazioni con osso, specchi, metalli e gemme.

La sera al nostro hotel troviamo un matrimonio sfarzosissimo, che scopriamo essere di alcuni nobili locali eredi dei Maharaja. Mentre osservavamo da fuori la festa l’autista di uno dei partecipanti si mette a parlare con noi e con tutta l’ospitalità indiana ci fa imbucare alla festa per fare delle foto dei partecipanti e anche qualche assaggio del cibo. Insomma, una vera full immersion nell’alta società indiana!

Il giorno seguente ci dirigiamo a Jodhpur, la città blu. È un giorno di spostamento, ma durante il viaggio abbiamo l’occasione di fare due tappe significative: il Karni Mata, il tempio famoso perché vi vivono centinaia di topi, e un ospedale per le mucche. Le mucche sono un animale sacro, la cosa è legata anche al fatto che le mucche producono il latte che permette di crescere i neonati e sono viste come una seconda mamma. In questo ospedale vi sono centinaia di mucche con i più disparati problemi, che vengono curate o, quando non è possibile, tenute in vita fino alla morte naturale. La prima mucca che è stata curata da questo ospedale circa 10 anni fa ora viene venerata come animale sacro.

L’indomani a Jodhpur visitiamo il Jaswant Thada, un mausoleo in marmo bianco situato nel posto dove venivano cremati i maharaja (la tradizione continua per gli attuali eredi). Vicino c’è il forte Meherangarh, uno dei più belli del Rajasthan, costruito su una collina a picco sulla città e con raffinate architetture. Vediamo il panorama con le case dipinte di blu, che danno il soprannome alla città, e sentiamo che questa città ha qualcosa di particolare che la distingue dalle altre che abbiamo visto fino ad ora. Prima del tramonto visitiamo la piazza principale dove si svolge il mercato e gran parte della vita cittadina. Muovendoci ormai in maniera disinvolta nel caos e nel traffico di tuc tuc e motorini, ci immergiamo nei colori e nell’atmosfera magica di questa città che tanto ha ispirato uno dei grandi fotografi contemporanei, Steve McCurry.

Un altro giorno di viaggio è stato necessario per arrivare a Jaipur. Iniziamo la visita la mattina successiva partendo dall’Amber Fort. Innanzitutto dobbiamo dire che, insieme al Taj Mahal, è uno dei luoghi più affollati di turisti, per cui appena arrivati preparatevi ad essere assaliti dai venditori ambulanti (devo dire che in generale non ce ne sono tantissimi in India, a differenza dei paesi Arabi, mentre potete stare tranquilli che ogni guida, al termine del suo giro, vi porterà a fare acquisti in qualche negozio di amico/fratello/cugino ecc.). L’Amber Fort si trova in cima a una collina ed è possibile salirci in elefante o con la jeep, ma la prima è sicuramente la cosa più caratteristica. Per salire l’elefante si allinea a una banchina rialzata (circa 2-3 metri), per cui salire è facilissimo, vi basta accomodarvi sulla portantina che si trova sul dorso dell’elefante e reggersi quando questo inizia a camminare. Per scende stessa procedura. Il forte di Amber è un esempio di commistione tra l’architettura indù e musulmana. Fanno parte della prima le decorazioni dei capitelli delle colonne con elefanti o altri animali, le colonne multiple, gli archi a forma di fiore di loto. Sono architettura musulmana invece gli archi ogivali, le cupole tondeggianti e le decorazioni geometriche (non possono rappresentare animali o persone, per cui spesso usano le lettere stesse per scrivere e fare delle decorazioni). Entrando nel forte si passa attraverso vari cortili ognuno con il suo stile architettonico, uno dei più belli con decorazioni con specchi e argento.

Jodhpur è famosa anche per la lavorazione delle pietre dure, vi sono diversi laboratori e molti negozi che vendono ogni tipo di ornamento. La visita più interessante è stata invece quella a una manifattura di tappeti a Jaipur, dove vediamo le varie fasi della lavorazione a mano. Interessante anche la decorazione delle stoffe con degli stampi fatti a mano.

Ultima tappa del tour del Rajasthan è Agra. Sulla strada ci fermiamo prima a Fatehpur Sikri a visitare la famosa moschea Jami Mashid, una delle più grandi dell’India ed esempio di architettura Moghul. Si etra attraverso una enorme porta e ci si affaccia su un enorme cortile. Anche questa moschea non ha un edificio chiuso, ad eccezione della piccola tomba del mistico sufi Sheikh Salim Chisti.

Ad Agra visitiamo ovviamente il Taj Mahal, mausoleo costruito dall’imperatore Mughal Shah Jahan per la sua moglie preferita, Mumtaz Mahal. È stato progettato dall’architetto persiano Ustad Isa e ci sono voluti 22 anni per costruirlo. Mumtaz Mahal sposò il Principe Khurram (incoronato in seguito Gran Mogol con il nome di Shah Jahan) il 10 maggio 1612 all’età di 19 anni; ella divenne la sua terza moglie, ma ben presto fu la sua favorita per tutto il resto della sua vita. Mumtaz Mahal seguì fedelmente suo marito durante le sue campagne militari nel Deccan e in seguito durante la sua ribellione contro suo padre nel 1622. Mumtaz diede a Shah Jahan ben quattordici figli, sette dei quali morirono giovanissimi. Ella stessa morì di parto a Burhanpur nel Deccan il 17 giugno 1631 all’età di soli 38 anni, mentre era al seguito di Shah Jahan nella sua campagna contro i signori della dinastia Lodhi. La leggenda vuole che in punto di morte, dopo aver dato alla luce il suo quattordicesimo figlio, Mumtaz chiese come ultimo desiderio a suo marito di erigere un monumento come simbolo del loro amore, e di non sposare mai nessun’altra donna. L’Imperatore, disperato, giurò solennemente e dopo la morte della sua amata restò recluso in assoluta solitudine per un intero anno; quando si mostrò nuovamente in pubblico apparve come un uomo emaciato, con la faccia scavata e i capelli completamente bianchi. Shah Jahan mantenne la promessa fatta alla sua favorita e ordinò la costruzione del mausoleo di Mumtaz, il  Taj Mahal, chiamato “poesia di pietra”, spendendo gran parte del tesoro imperiale per la sua costruzione.

Una ragione della straordinarietà dell’opera è la perfetta geometria delle sue forme e la ricerca quasi ossessiva della simmetria. La cupole sono eleganti, le facciate finemente intagliate con bellissimi intarsi di marmo. All’esterno ai suoi lati vi sono due edifici simmetrici, ma solo uno è una moschea, l’altro ha il solo scopo di mantenere la simmetria. In origine il progetto prevedeva la costruzione di un complesso identico dalla parte opposta del fiume decorato con marmo nero invece che bianco, ed esisterebbero prove archeologiche che ne attesterebbero l’inizio della costruzione: nel progetto iniziale questo doveva essere il mausoleo dell’imperatore. I due mausolei dovevano poi essere collegati con un ponte in marmo o in oro. Subito dopo la fine della costruzione del Taj Mahal, suo figlio, tuttavia, preoccupato per le ingenti somme di denaro già sborsate per la costruzione del primo mausoleo, costrinse il padre agli arresti e ne prese il posto sul trono nel 1658. In questo stesso periodo la capitale dell’impero Moghul fu spostata da Agra a Delhi, facendo diminuire notevolmente l’importanza di questa città e l’attenzione delle autorità su di essa. Alla sua morte nel 1666 l’imperatore venne seppellito accanto alla moglie. L’ironia della sorte ha voluto che proprio lui fosse il responsabile della rottura della perfetta simmetria della struttura: le sue spoglie furono infatti portate nel mausoleo, ma la presenza della sua tomba non era prevista: la sua collocazione rovina la perfezione altrimenti assoluta della simmetria del Taj Mahal.

Nel prossimo articolo la seconda parte del viaggio.

Bosnia Erzegovina: Mostar e Sarajevo

I Balcani sono un incontro di culture e religioni diverse, ma sono anche un ponte tra l’Europa e l’Oriente, tra Est e Ovest, tra il mondo cristiano e il mondo musulmano. Questo li fa un posto molto interessante da visitare e da scoprire, senza fermarsi alle sole Slovenia e Croazia, mete di molti vacanzieri estivi, ma facenti parte a tutti gli effetti dell’Europa e della sua tradizione Cattolica. Questa volta ci siamo spinti un po’ più a sud, fuori dai confini europei, in Bosnia Erzegovina. Penso che questo sia uno dei paesi più interessanti dell’area dei Balcani proprio per la sua mescolanza di culture, religioni ed etnie: Bosniaci musulmani (44%), Serbi ortodossi (31%) e Croati cattolici (17%). La Bosnia è stata per molto tempo un esempio di pacifica convivenza, fino al sanguinoso conflitto del 1991-1995, di cui porta ancora i segni. Oggi, a seguito degli accordi di Dayton, la Bosnia Erzegovina è divisa in Federazione di Bosnia ed Erzegovina e Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina o Repubblica Srpska (da non confondere con la Serbia, o Repubblica di Serbia, stato a parte). Il Distretto di Brčko è una entità con autonomie particolari.

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Per l’ingresso nel paese è sufficiente per i cittadini europei la carta d’identità, e il viaggio è stato organizzato utilizzando i bus di linea di una compagnia croata, che hanno un collegamento diretto con l’Austria (https://getbybus.com/en/). Abbiamo passato 2 giorni a Sarajevo e mezza giornata a Mostar e penso che sia stata la durata ottimale. Ovviamente se avete più giorni a disposizione potete ampliare gli itinerari e visitare anche i diversi parchi naturalistici presenti o gli altri paesi dei Balcani. La valuta è il Marco Bosniaco o Marco convertibile, moneta creata a seguito degli accordi di pace di Dayton, aveva un valore 1:1 con il Marco Tedesco, ora ha un cambio fisso a 50 centesimi di Euro, e generalmente si può pagare indifferentemente sia in Euro che in Marchi convertibili.

Anche se la Bosnia Erzegovina è situata al centro dei Balcani ed non è collegata direttamente ad altri paesi musulmani, direi che è senz’altro il punto d’incontro, l’interpretazione europea della cultura musulmana moderata, ancora di più oggi che la Turchia, la porta d’oriente, sempre miscuglio tra oriente e occidente, sta scivolando in una deriva integralista e in una interpretazione più rigida dell’islam, abbandonando il laicismo di stato e la tolleranza che l’ha caratterizzata a partire dalla rivoluzione di Ataturk e della fondazione della nuova repubblica nel 1923. La Bosnia Erzegovina è anche cerniera tra Est e Ovest, ha avuto un regime comunista moderato sotto il generale Tito, ma oggi ambisce ad entrare nella NATO e nell’unione Europea. La vicina Serbia invece è un paese che guarda pure all’Europa e alla NATO ma che gioca anche sulla sedia di Putin, in virtù della comune origine slava.

Che cosa abbiamo trovato a Mostar? Devo dire che il primo impatto è stato particolare, arrivati nel lato musulmano della città, si iniziano a vedere le varie moschee e i minareti all’orizzonte. Dall’altra parte del fiume troneggiano invece i campanili di una chiesa cattolica, in cima al monte una croce gigantesca. La periferia è abbastanza degradata, con alcuni palazzi ancora pesantemente danneggiati dalla guerra, ma il centro storico è completamente risistemato e veramente bello e caratteristico. In una delle piazzette che troviamo mentre ci avvicinano ai vicoletti del centro c’è una moschea, al centro della piazza sembra un giardino, ma è un cimitero musulmano, le lapidi quasi tutte a forma di parallelepipedo. C’è una particolarità però: le persone sepolte qui hanno diverse età, dal neonato al ragazzino alla persona di mezza età all’anziano, ma sono tutte morte nel 1993 per la guerra.

Proseguiamo verso il centro. Guardiamo le persone che incontriamo, le donne che indossano il velo sono poche e i vestiti sono per lo più europei. Quando si entra nei vicoletti del centro storico, iniziano i negozietti di oggetti di artigianato di stile orientale: moltissimi manufatti di rame sbalzato, smaltato e decorato con l’argento, poi le tipiche lampade orientali, stoffe, borse, tappeti, piatti di ceramica. Ed ecco la particolarità, siamo nel continente europeo, le persone sono vestite per lo più all’europea, ma allo stesso tempo, secondo che strada prendi, ti ritrovi in un paese orientale, come in Turchia, con un contrasto e una sensazione del tutto particolare. Ci ricordiamo poi che siamo in Bosnia, un paese che ha vissuto la guerra solo 20 anni fa, quando tra i negozi di souvenir vediamo anche portachiavi fatti con bossoli di proiettile e piccoli carri armati fatti sempre con i bossoli.

Facciamo un po’ di storia: Mostar è una città divisa e sicuramente la guerra ha esacerbato le divisioni. Il lato est della città è il lato dove vivono i bosniaci musulmani, mentre nel lato ovest vivono i croati cattolici. In quella direzione si va verso la regione della Erzegovina, che è la parte croata cattolica, e verso il santuario di Medjugorje. C’è stato un momento della guerra in cui bosniaci e croati hanno combattuto insieme contro i serbi, poi si sono combattuti tra di loro. La divisione è rimasta netta, da un lato del fiume si vede una selva di minareti, dall’altro lato troneggia una enorme chiesa cattolica e la croce in cima al monte. Solo un paio di moschee sono state costruite anche dall’altro lato del fiume, vicino al ponte antico, lo Stari Most, che unisce le due parti del centro storico. Un ponte che è anche un simbolo, costruito dagli ottomani nel XVI secolo, è stato preso di mira prima dai serbi nel 1992, poi definitivamente distrutto dai croati il 9 Novembre 1993. Ricostruito grazie agli aiuti internazionali nel 2004 e patrimonio dell’Unesco, è il simbolo della riunificazione, che qua non è ancora completa. In estate vi si svolge anche una famosa competizione di tuffi, che sembra sia una tradizione risalente al 1664.

Tra le cose da visitare inserirei senz’altro anche la Moschea Koski Mehmed-Pasha, soprattutto perché salendo la stretta scalinata che porta in cima al suo minareto si ha uno degli scorci più suggestivi sulla città vecchia e sul ponte Stari Most.

Dopo Mostar siamo andati a Sarajevo. La strada risale per buona parte il fiume Narenta e il paesaggio è montuoso, molto bello. Arrivati a Sarajevo, l’impressione è subito diversa. Si percepisce l’atmosfera di una città cosmopolita, moderna, dove le diverse culture convivono pacificamente e non sono separate come a Mostar. Percorriamo l’asse pedonale che attraversa la città da ovest a est, parallelo al fiume. Inizialmente siamo un po’ smarriti, vediamo numerose moschee, cimiteri musulmani ricavati nelle piazze o nei parchi come da tradizione (ricordano i cimiteri inglesi e danno un bel senso di pace), il tutto mescolato con grandi palazzi di fine ottocento di stile europeo, risalenti alla dominazione austro-ungarica. Vediamo i palazzi governativi, poi l’edificio chiuso del mercato di Sarajevo (famoso per la triste strage del 5 Febbraio 1994 quando un colpo di mortaio uccise 68 civili), la cattedrale cattolica del Sacro Cuore (costruita in stile neogotico tra il 1884 e il 1889), il tutto mescolato a diversi caffè e piazzette con le moschee. Poi a un certo punto avviene la transizione, inizia la parte antica della città, il quartiere turco Bascarsija. In terra una scritta “Sarajevo meeting of cultures”, da una parte gli edifici austriaci, dall’altra gli edifici bassi costruiti dagli ottomani, i negozi di oggetti di artigianato orientale, il bazar, i caffè, la grande moschea Gazi Husrev-Beg (costruita nel XVI secolo) con la madrasa (scuola religiosa), le rovine del caravanserraglio, la fontana Sebilj. È come attraversare una linea ed essere proiettati in Turchia, ma hai fatto solo pochi passi, e con pochi passi puoi tornare indietro, e vedere quella mescolanza di culture e al contempo l’interpretazione europea della cultura orientale che ti stupisce. La cosa che sorprende di più è come nel giro di poche centinaia di metri vi siano la cattedrale cattolica, la più grande moschea della Bosnia, la cattedrale ortodossa e la vecchia sinagoga (Sarajevo ha anche una numerosa comunità ebraica). Facendo pochi passi sei proiettato in un posto diverso, e per questo Sarajevo è stata chiamata anche la Gerusalemme d’Europa. Devo dire però che mentre a Gerusalemme i diversi quartieri, ebraico, arabo, cristiano e armeno, sono nettamente divisi, qua a Sarajevo c’è una grande mescolanza, per quanto la guerra abbia creato delle incrinature.

Cosa visitare a Sarajevo? Potete iniziare sicuramente dal quartiere turco Bascarsija e dalla moschea Gazi Husrev-Beg, esplorare il suo ampio cortile con la bella fontana di legno (ricostruita dopo la guerra). Entrate nel bazar o esplorate i vari negozi di artigianato. Uscite e prendete un caffè bosniaco in uno dei tanti caffè locali (è come il caffè turco, preparato nel caratteristico bricco di ottone con un caffè in polvere finissima messo direttamente nell’acqua bollente, prima di berlo è necessario aspettare qualche minuto per far depositare la polvere sul fondo).

Quando avete fatto tutto questo, visitate anche la cattedrale cattolica, poi la vecchia chiesa ortodossa risalente al 1539, la vecchia sinagoga ora trasformata in museo risalente al 1581 e ricostruita più volte dopo gli incendi nel 1679 e nel 1778. Visitate anche la cattedrale ortodossa, la più grande chiesa ortodossa della Bosnia, costruita nel 1868. Dirigetevi poi verso il fiume e attraversate il Ponte Latino. È qui che il 28 Giugno 1914 è stato ucciso Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, dando inizio alla prima guerra mondiale. Dall’altro lato del fiume potete trovare la nuova sinagoga costruita nel 1902, poi la moschea dell’Imperatore e il monastero francescano. Proprio di fronte al monastero la birreria di Sarajevo, famosa perché era l’unica fonte di approvvigionamento di acqua potabile durante l’assedio di Sarajevo.

Tornando verso il fiume, potete vedere la biblioteca di Sarajevo, finita di ristrutturare nel 2014 e simbolo dello scempio compiuto dalla guerra, fu attaccata nella notte tra il 25 e il 26 agosto 1992 con bombe incendiarie e il 90% dei libri custoditi finì bruciato. Dall’altra parte del fiume c’è la casa ristorante Inat Kuka. Si dice apparteneva a un anziano bosniaco, e quando gli austriaci vollero costruire la biblioteca e il municipio, questo era rimasto l’ultimo edificio da sgomberare e demolire. Dopo varie trattative, la casa fu smontata mattone per mattone e ricostruita sull’altro lato del fiume. Ora è un ristorante che fa cibo tradizionale, che consiglio sicuramente (si può fare un’ottima cena con circa 10€, un po’ di più che negli altri caffè dove si mangia anche con 5€ ma è sempre un prezzo più che abbordabile).

Come abbiamo visto, i segni della recente guerra sono sempre visibili, la storia è passata da qui. Ogni tanto camminando per strada vediamo le così dette “rose di Sarajevo”, i segni lasciati dalle granate sulla strada e sui marciapiedi e che sono stati tinti di rosso. Ma una cosa sicuramente da non perdere è il tunnel di Sarajevo. Questo si trova in periferia, fuori dalla città, oltre l’aeroporto. Raggiungerlo è difficoltoso con i mezzi pubblici, ma potete appoggiarvi a un’agenzia che organizza degli ottimi tour guidati e vi porterà con un van (http://www.sarajevoinsider.com/). Passerete inoltre dal viale dei cecchini, dove i cecchini serbi sparavano ai civili e a chiunque cercasse di percorrere quella strada, e dall’hotel Holiday Inn, dove alloggiavano i giornalisti durante la guerra.

La Bosnia ha vissuto un sanguinoso conflitto tra il 1992 e il 1995, a seguito della divisione della ex Jugoslavia dopo la morte del generale Tito, perché i Serbi bosniaci volevano la loro indipendenza e rifiutavano di vivere in uno stato musulmano. I Serbi controllavano la maggior parte delle forze dell’esercito della ex Jugoslavia, e dopo il primo conflitto con la Croazia (1991-1995) fecero guerra ai bosniaci e iniziarono episodi di pulizia etnica (culminati con il massacro di Srebrenica nel 1995). Tra il 5 aprile 1992 e il 29 febbraio 1996 Sarajevo fu assediata dalle truppe serbe, e fu il più lungo assedio della storia moderna. La città fu isolata e i rifornimenti di cibo e carburanti bloccati. Solo l’aeroporto andò sotto il controllo dei soldati dell’ONU, che portavano aiuti alimentari. In aggiunta ai non abbondanti aiuti alimentari dell’ONU, l’unico modo per far entrare in città cibo fresco era attraversare di corsa la pista dell’aeroporto sotto il tiro dei cecchini serbi (la cosiddetta roulette di Sarajevo). Questo finché non si decise di costruire un tunnel sotto l’aeroporto che permetteva di passare oltre le linee dell’assedio. Il tunnel, lungo 800 metri, fu costruito in 4 mesi e 4 giorni tra Marzo e Giugno 1993, e fu dotato successivamente anche di una rotaia per permettere all’esercito bosniaco di spingere carrelli contenti munizioni. La nostra guida aveva 18 anni durante l’assedio, e percorreva il tunnel a piedi 2 volte a settimana con uno zaino di 40 kg contenente cibo. Le uova erano preziose, ma chi poteva cercava di far passare anche degli animali, pecore e capre (le mucche erano troppo grosse). Il racconto della nostra guida è vivo, come vive devono ancora essere nella sua mente i ricordi di quei terribili anni.

Viaggio nei Paesi Bassi

Questa estate abbiamo fatto un breve giro di 4 giorni (voli esclusi) nei Paesi Bassi. Siamo stati in hotel sempre ad Amsterdam, per poi spostarci da mattina a sera con il treno. Abbiamo dedicato il primo giorno alle gite fuori porta, visto che è stato l’unico giorno veramente soleggiato: la mattinata siamo stati a Zaanse Schans, piccolo borgo poco a nord di Amsterdam dove è possibile ammirare i tipici mulini a vento e la campagna olandese. Il pomeriggio ci siamo affacciati sulla spiaggia di Zandvoort, per poi fermarci a Haarlem, una cittadina alle porte di Amsterdam, a ovest, tornando in serata a Amsterdam per una crociera sui canali. Il secondo giorno è stato dedicato ad Amsterdam con la visita del Van Gogh Museum. Il terzo giorno siamo andati con il treno a Rotterdam, fermandoci al ritorno a Delft e a L’Aia. L’ultimo giorno abbiamo finito di vedere alcune parti di Amsterdam che ci mancavano.

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Amsterdam, ovvero la Venezia del nord. Le aspettative erano abbastanza alte, ma sono state in parte deluse. Non che sia una brutta città, ma non ha avuto quel fascino che mi aspettavo. Con questo non sconsiglio una visita, anzi penso che meriti di essere vista. Però non ha il fascino di altre città, risulta veramente affollata di turisti chiassoni (tutti sanno il motivo per cui fare una vacanza ad Amsterdam anche se non si è interessati ai musei), abbastanza sporca per essere una città del nord e relativamente costosa. Se devo pensare a una città che recentemente mi appassionato molto di più nominerei senz’altro Praga.

Qualche indicazione utile: i mezzi di trasporto sono efficienti, quindi soprattutto se avete l’hotel appena fuori dalla parte storica un abbonamento è consigliato. La parte storica dei canali invece si può girare interamente a piedi senza problemi, anzi probabilmente è il metodo migliore per godersi l’atmosfera (oltre che fare la classica crociera di un’ora sui canali). I ristoranti (come gli alberghi) sono molto cari. Non esiste una cucina tipica olandese, ci sono molte influenze ma si trovano soprattutto ristoranti di cucine straniere (sembra che, a parte i ristoranti italiani, vadano per la maggiore quelli che fanno la carne alla griglia argentina). Numerosissimi invece i posti per mangiare low cost tipo fast food: particolari quelli dove il cibo viene messo in degli sportellini dove potete servirvi autonomamente pagando alla gettoniera, mentre da segnalare i fast food specializzati nelle patate fritte originali olandesi. Il consiglio, per sopravvivere diversi giorni potete risparmiare e mangiare meglio comprando le cose al supermercato, numerosi i supermercatini anche in città dove trovare cose già confezionate, insalatone, formaggi ecc. Abbondante in ogni supermercato la varietà di frutta secca disponibile in confezioni pronte da sgranocchiare, sarà una tradizione che deriva dall’epoca coloniale. Abbiamo nominato i formaggi, devo dire che mi sono un po’ ricreduto sul formaggio olandese, che da noi ha sempre lo stesso sapore. Al centro di una antica tradizione, si trova aromatizzato nei gusti più diversi, alle erbe, piccante, al vino ecc, ma si trovano anche formaggi stagionati di pecora. Numerosissimi i negozi che vendono solo formaggio, ma evitate quelli prettamente turistici del centro dove pagherete tutto il doppio.

Detto questo, una particolarità dei biglietto per i mezzi pubblici, ma anche del treno: il biglietto ha un chip e basta avvicinarlo al lettore per “timbrare” la salita, ma si deve timbrare anche la discesa. Ciò è molto comodo per il treno, potete fare un biglietto unico e lungo il percorso scendere e risalire alle fermate che volete, basta timbrare ogni volta che scendete e risalite.

Ad Amsterdam abbiamo iniziato la visita da piazza Dam, la piazza principale, da cui in relatà mi aspettavo qualcosa di più, per poi percorrere i canali fino al mercato dei fiori e andando al museo van Gogh. Lungo i canali sono numerosi gli scorci caratteristici, con i numerosi ponti inondati di biciclette appoggiate (alla stazione dei treni c’era veramente un mare di biciclette). Alcuni ponti caratteristici si possono anche aprire per permettere il passaggio di barche più grosse. Tra le cose da segnalare che non trovate in tutte le guide turistiche il mercato delle pulci vicino al palazzo moderno dell’opera.

Parlando delle gite fuori porta, sicuramente merita Zaanse Schans dove potete vedere le vecchie case di legno e i mulini a vento (visitabili a pagamento, almeno un mulino merita la visita): oggi ne sono rimasti solo una decina, ma una volta erano circa 700 in questa che era un’area industriale. A Zandvoort se è una giornata di sole estiva potete vedere come tutti fuggono sulla spiaggia, ma niente di più, a meno che non abbiate più tempo per una bella pedalata sulle piste ciclabili che attraversano le dune. Haarlem invece è una Amsterdam in miniatura ma meno affollata, ha un bella chiesa, i canali, un mulino a vento, se avete tempo potete visitarla, altrimenti concentratevi su Amsterdam.

Rotterdam, seconda città dell’Olanda e secondo porto d’Europa, è una città prevalentemente moderna. Potete fare una passeggiata dalla stazione del treno al lungofiume, dove vi aspetta uno skyline moderno ma con il suo perché. Numerosi i palazzi dalle forme strane, sicuramente di interesse per gli studiosi di architettura.

Delft ha tutta un’altra anima, piccola cittadina antica in cui vengono prodotte le famose ceramiche, ha diverse chiese interessanti, un bel municipio e numerosi negozi di antiquariato. L’atmosfera è molto bella, se poi volete spendere un po’ di tempo in qualche museo, tra cui quello dedicato al pittore Vermeer, vale sicuramente un’intera giornata.

Ultima visita toccata e fuga è stata L’Aia. Città ancora diversa, multietnica, sede della Corte Internazionale di giustizia. La cosa più interessante da vedere però è il Binnenhof, palazzo magnifico costruito principalmente nel tredicesimo secolo e sede degli incontri degli Stati Generali, il parlamento olandese.

Istria

La scorsa primavera abbiamo deciso di passare 4 giorni nella penisola dell’Istria, percorrendo tutta la costa della Slovenia e la prima parte della costa della Croazia. Devo dire innanzi tutto che sono rimasto piacevolmente sorpreso dai paesini che abbiamo trovato lungo la nostra strada. Gli abitanti sono molto cordiali e in genere si respira un’aria molto italiana: infatti tutta quella zona fu nei secoli passati sotto la dominazione veneziana: proprio i veneziani costruirono molti palazzi, fortificazioni e chiese influenzandone l’architettura. Dopo un breve periodo Napoleonico e la dominazione austriaca nel XIX secolo, tutta l’Istria tornò poi sotto l’amministrazione italiana con la Prima Guerra Mondiale e subì politiche di italianizzazione con il fascismo. Con la Seconda Guerra Mondiale abbiamo ceduto nuovamente tutta quella zona, ci fu una fuga in massa di italiani dovuta alle persecuzioni dei partigiani del Maresciallo Tito, il massacro delle foibe e il ritorno della popolazione di origine slovena e croata. Nonostante questo, ancora oggi la maggior parte della popolazione in quelle zone parla anche l’italiano. La cosa di cui sono rimasto sorpreso invece è che la storia delle foibe e delle persecuzioni verso gli italiani sia completamente sconosciuta, direi che è stata completamente rimossa dai libri scolastici della ex Iugoslavia.

Abbiamo iniziato il nostro tour da Capodistria (Koper), che si trova immediatamente al di là del confine italiano, a soli 20 minuti da Trieste. Diciamo immediatamente che tutta la costa slovena è molto corta, meno di 30 km, ma racchiude al suo interno città veramente interessanti e completamente diverse l’una dall’altra. Capodistria si è sviluppata intorno al suo porto commerciale e si presenta come una città moderna. Ciò non toglie che abbia un centro storico antico molto caratteristico, e che la moderna passeggiata sul lungomare sia molto piacevole. Numerosi inoltre i ristoranti e i locali dove mangiare, anche economici, soprattutto nella zona del porto e del mercato.

Poco più a sud potete fermarvi a Isola (Izola). Il paese è decisamente più piccolo, ha diverse spiagge di sassi con una bella passeggiata lungomare. Immagino che le sistemazioni per dormire non siano tantissime, ci sono soprattutto molte case di vacanza, ma per trascorrere qualche giorno al mare in relax e per cercare un ristorante vista mare direi che è sicuramente un ottimo posto.

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Continuando qualche chilometro a sud la costa diventa più montuosa, direi che assomiglia molto alla Liguria. Ci dirigiamo a Pirano (Piran), che potrei definire una vera gioia per gli occhi ma l’inferno delle auto (come molti paesini liguri). Lasciata l’auto fuori dal paese in un garage sotterraneo, scendiamo per le stradine scoscese in questo borgo caratteristico che sorge su una stretta penisola. Il paese è chiuso dal lato della terraferma da delle mura difensive costruite durante il periodo veneziano: prima di scendere in paese, salendo su una delle torri difensive si può osservare un bel panorama. Da fare sicuramente un giro per i vicoli del paese, nella piazza del municipio e lungo il porticciolo. Una piccola spiaggia si trova a nord prima del paese.

Ancora pochi chilometri ed eccoci a Portorose (Portoroz). Città un po’ chic e moderna, dominata da un paio di casinò, sembra di essere passati dalla Liguria alla riviera della Versilia. Da notare l’unica spiaggia di sabbia della Slovenia, attrezzata però da stabilimenti balneari.

Ci dirigiamo verso la Croazia, ma la Slovenia ci regala un ultimo paesaggio particolare con una vista panoramica sulle saline. Dopo un po’ di chilometri ci fermiamo a Rovigno (Rovinj), anche questo un vero gioiellino. La parte più antica del paese è costruita su una penisola circolare con le case a picco sul mare e vicoletti pedonali un po’ in sali e scendi, mentre la parte alta è dominata dalla bella chiesa di architettura veneziana. L’acqua è cristallina e ci sono alcuni punti (pochi) dove si può scendere per il bagno tra gli scogli. Le famose spiagge della Croazia che attirano molti turisti sono poco più a nord o poco più a sud, dove sono presenti anche molti campeggi. Proseguiamo poi con una passeggiata lungo il porticciolo turistico di Rovigno, da cui partono brevi gite alle isole che si vedono di fronte, alcune anche al tramonto.

L’ultima città che abbiamo visitato è stata Pola (Pula). La città è molto più grande di Rovigno, ha un moderno porto commerciale abbastanza sviluppato che con le sue alte gru fa da contrasto con il piccolo centro storico. Questo ha la particolarità di avere diversi resti romani, tra cui un arco e un anfiteatro perfettamente conservato. Passeggiare nel centro storico è molto piacevole, numerosi anche qui i ristorantini. Di giorno è consigliato fare un salto al mercato dove, tra i prodotti locali, potrete comprare il miele e anche diverse prelibatezze con il tartufo bianco e nero. Infatti l’interno collinare della zona dell’Istria è famosa anche per la raccolta del tartufo. Dal porto turistico di Pula partono numerose gite in barca della durata di tutto il giorno che si fermano alle vicine isole del parco Brijuni, mentre restando in zona è possibile andare al mare nelle spiagge a nord o sud della città.

 

Giordania 2016

Il nostro viaggio in Giordania si è svolto dal 23 al 30 Aprile 2016 ed è stato organizzato da 4Winds Tour Operator, che ha provveduto a prenotare gli alberghi e a fornici un’auto con guida/autista, Sahid, di cui ringraziamo la disponibilità e professionalità.

Il tour si è svolto in 8 giorni, arrivando e partendo dall’aeroporto di Amman. Il primo giorno utile dopo il viaggio è stato dedicato alla visita delle rovine romane di Jerash e del castello di Ajloun. Il secondo giorno abbiamo visitato la cittadella, il centro storico di Amman, e il suq, il mercato; la rimanente mezza giornata i castelli nel deserto, cica 100 km da Amman. Il terzo giorno siamo partiti da Amman per scendere verso sud, passando da Madaba, città a prevalenza cristiana, ci siamo poi fermati al memoriale del monte Nebo, dove è morto Mosè e da cui è possibile vedere la terra santa, l’attuale Israele, poi abbiamo attraversato il Wadi Mujib per arrivare a Al-Kerak, famosa per la sua fortezza costruita dai crociati. A sera siamo arrivati a Wadi Mousa, alle porte di Petra, per iniziare il giorno successivo la visita prima di Beida, o piccola Petra, poi di Petra. Quinto giorno dedicato in parte alla visita di Aqaba, alla vista del Mar Rosso e soprattutto a un tour nel deserto del Wadi Rum, con pernottamento in un campo tendato dei beduini. Nel sesto e ultimo giorno di visite c’è stato il rientro verso nord, con pomeriggio presso il Mar Morto.

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Partiamo dalle impressioni che ho avuto da questo viaggio in Giordania. Prima di tutto mi aspettavo un paese molto più caotico. Non caotico per la situazione geopolitica, ma dico caotico come molti paesi arabi, traffico, guida selvaggia, venditori super insistenti, mance richieste ovunque in maniera ostinata… Invece niente di tutto questo: certo Amman ha il suo bel traffico e ingorghi, le mance sono sempre ben accette, ma anche nel suq i venditori hanno la loro compostezza. Direi che dopo aver visitato la Grecia, che è europea ma ha già un che di orientale, direi che la Giordania è in Medio Oriente ma ha un che di occidentale. Forse questo dipende anche dalla politica fatta da re Husayn prima e Abd Allah ora. La Giordania infatti, dall’indipendenza ottenuta dal 1946 dal protettorato britannico, si è sempre trovata ad affrontare una situazione politica particolare, in mezzo alle tensioni e alle guerre dei suoi vicini turbolenti. I re di Giordania hanno sempre cercato di mantenere il paese neutrale quando possibile e un po’ vicina ai paesi arabi e un po’ vicina alla Gran Bretagna e quindi agli Stati Uniti. A ovest la Giordania confina con Israele e la Palestina, a nord con la Siria, a est con l’Iraq e a sud-est con l’Arabia Saudita. Attualmente, di tutti questi vicini l’unico tranquillo è l’Arabia Saudita, anche se il suo governo rappresenta l’incarnazione dell’islam più intransigente, nonostante la vicinanza politica con gli Stati Uniti. Israele è sempre stato occasione di conflitti, soprattutto per via della causa palestinese. Erano gli anni ’60 quando molti membri dell’Organizzazione per la Libertà della Palestina (OLP), tra cui Arafat, trovarono rifugio in Giordania. Asserendo che anche la Giordania fa parte della Palestina e che questa andava riunita con la Cisgiordania (l’attuale Palestina o West Bank, la parte a ovest del giordano), nel settembre 1970 si tentò un colpo di stato facendo un attentato al re. Fu così che scattò l’operazione Settembre Nero, con la cacciata di tutti i guerriglieri palestinesi in Libano, una guerra civile rapida ma che provocò comunque decine di migliaia di morti, e si avviò una “giordanizzazione” della società. Questo comporta tuttora l’appoggio tecnologico da parte degli Stati Uniti e esercitazioni militari congiunte, ma non toglie che il re Giordano si trovi a dover dialogare e a fare da paciere tra gli altri stati arabi. Inoltre, una parte della popolazione ha origini palestinesi o ha avuto antenati che vivevano nell’attuale Israele e che sono stati costretti a lasciare le loro terre dopo la formazione dello stato di Israele, quindi c’è comunque un discreto sentimento di diffidenza e risentimento verso Israele.

Parliamo della situazione attuale: com’è oggi essere turisti in Giordania? Molti sono preoccupati della situazione in Medio Oriente, specialmente dopo i recenti attentati in Egitto e Tunisia. E poi c’è la Siria lì a due passi, a meno di 100 km da Amman e soli 35 km da Jerash (a questo proposito ci hanno raccontato che prima della guerra i giordani erano soliti andare in Siria sia per scampagnate e gite di un giorno sia per comprare l’ottimo cibo locale). In realtà ho travato il paese molto tranquillo, i controlli di sicurezza presenti nei luoghi sensibili, ma in generale pochi e discreti. Mi ricordo in Egitto già più di 10 anni fa nei siti turistici c’erano guardie armate con mitra e scudo antiproiettile e nel Sinai continui check point militari. In Israele la normale polizia gira armata di M16. In Giordania invece di armi se ne vedono molto poche, c’è la “Tourist Police” all’entrata dei siti archeologici, ma è equipaggiata come la normale polizia da noi. Anzi devo dire che in Italia ultimamente, con l’allarme terrorismo, si vede un maggior dispiegamento di forze e di armi che in Giordania, con l’esercito che presidia ogni fermata della metropolitana di Roma. In Giordania ci è capitato di essere fermati diverse volte dalla polizia per controllare i documenti dell’auto e del nostro autista, questi controlli sono piuttosto frequenti. La guida ci ha spiegato che ai giordani non piace fare sfoggio di tanto dispiegamento di forze, i controlli all’interno del territorio devono essere discreti ma soprattutto accurati quelli ai confini. Quello che abbiamo trovato più severo sono i controlli negli alberghi, dagli attentati in 3 hotel di Amman nel 2005 è praticamente obbligatorio passare i bagagli ai raggi X prima di entrare nella hall. Severi ma discreti anche i controlli alle auto nei parcheggi privati degli hotel, dove viene ispezionato il portabagagli e il sotto dell’auto con lo specchio. Stesse procedure per l’accesso all’aera aeroportuale di Amman. Vorrei sottolineare però che non ci siamo mai sentiti in pericolo o avvertito che ci potessero essere delle situazioni pericolose o di tensione. Anzi ultimamente si respira molta più tensione nei paesi europei. La Giordania si è rivelata un paese meraviglioso, ospitatale e con una storia veramente ricca e unica. La cosa che fa tristezza magari è vedere alberghi, ristoranti e i siti archeologici praticamente vuoti, i gruppi di turisti sono pochi. Il crollo negli ultimi 2 anni è stato spaventoso. Per la nostra visita è anche meglio, meno affollamento di turisti, meno confusione, più possibilità di goderci le visite. L’unico sito archeologico che abbiamo trovato veramente affollato (ma sono tanti i turisti giordani e le scolaresche) è Petra.

Parlando con la guida sembra che uno dei problemi principali della Giordania attuale siano i migranti siriani, come da noi in Europa ma in proporzioni ancora maggiori. Attualmente infatti la Giordania ospita più di 1 milione e mezzo di rifugiati, che sono un’enormità considerata la popolazione giordana di soli 8 milioni di abitanti. Con tutti i problemi che ne conseguono, tra cui insoddisfazione per il fatto che i rifugiati fanno lavori sottopagati, i prezzi degli affitti sono saliti dopo alcune sovvenzioni governative per dare una casa ad alcuni rifugiati (la maggior parte vivono ancora in campi tendati), le tende fornite dall’United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR) sono state rivendute a famiglie di etnia rom quando non più utilizzate dai rifugiati, e così via.

Torniamo però al nostro viaggio. Il cibo è ottimo, con una cucina araba ma con influenze mediterranee. In generale nei ristoranti verrete serviti con un buffet di antipasti (mazzeh) da mangiare con il pane arabo, il khubez, ma anche il ka’ik ricoperto di semi di sesamo. Troverete l’immancabile hummus di ceci con olio d’oliva, ma anche salse con fave, aglio, melanzane, yogurt. Tra le portate principali invece il mansaf, piatto nazionale dalla tradizione beduina: agnello cotto nello yogurt servito con riso, mandorle e pinoli. Molto buono anche l’agnello cotto secondo la ricetta beduina sotto la sabbia per diverse ore. Ma troverete anche il pollo e gli immancabili kebabs, che però non è come quello che si trova da noi, ma sono spiedi di carne al barbecue.

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Quando andare? Noi abbiamo scelto la mezza stagione per visitare la Giordania, che in genere è la stagione migliore. Le temperature a fine Aprile erano già calde di giorno, siamo passati dai circa 28 gradi di Amman ai 38 del deserto, ma molto secche, per cui anche i 38 gradi non si avvertivano ed era molto piacevole. Importante però proteggersi dal sole molto forte e avere qualcosa per la sera, quando le temperature scendono anche a 12 gradi. In estate invece il caldo è veramente intenso, mentre ottimale è anche il periodo autunnale, Ottobre-Novembre.

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Iniziamo quindi il nostro tour da Jerash, a nord di Amman, antico sito archeologico romano. Sono rimasto impressionato dalla vastità di questo sito archeologico, con le sue colonne, archi, piazze, strade, il teatro, tutto di pietra rossa. Non ho mai visitato Palmira, in Siria, ma dopo aver visto molte volte negli ultimi tempi le sue foto, mi è sembrato di visitare lo stesso posto. Le cose che mi hanno colpito di più sono il cardo, la via principale, con il suo colonnato e il posto per le botteghe, la piazza principale, con un colonnato di forma ovale che ricorda quello del Bernini di Piazza San Pietro a Roma, e il teatro perfettamente conservato, con un’acustica eccezionale. Da notare anche un paio di chiese paleocristiane con i resti dei mosaici sui pavimenti e i templi romani, con le colonne che oscillano per il vento (potete sentirlo mettendo la mano alla base tra un blocco e l’altro) ma proprio per questo resistono da 2000 anni ai terremoti senza crollare. Direi che l’appellativo di Pompei d’oriente è proprio meritato.

La seconda tappa è stato il castello di Ajloun, arroccato in cima a una collina. Una delle cose più belle della visita per me è stato il paesaggio collinare, con quella terra rossa scura e gli uliveti, distese di uliveti. Il castello era stato fatto dai sultani musulmani di Damasco per controllare le tribù arabe del sud ed era in un punto strategico per la via delle carovane dall’Arabia a sud alla Siria a nord. Il castello ha anche avuto un ruolo importante durante le Crociate.

Il nostro secondo giorno è stato dedicato ad Amman, città molto vasta (conta più di 2 milioni e mezzo di abitanti) e arrampicata su innumerevoli colline (originariamente 7, ora che è molto più estesa 19). Forse non ha il fascino di altre città arabe, ma il suo nucleo storico è molto interessante. Nella cosiddetta cittadella vi sono resti dei templi romani, cisterne per l’acqua, il palazzo dei sultani Omayyadi. Situata su una collina, da lì si domina un pezzo di città e si può lanciare uno sguardo sul sottostante teatro romano, che si trova alla fine della strada del suq, ed ospita una bella piazza dove si ritrovano famiglie e giovani a giocare.

Dopo la visita della città prendiamo la strada che porta verso l’Iraq a est di Amman. Il confine dista circa 300 km ma noi ne percorriamo soltanto un centinaio. Dobbiamo visitare i cosiddetti castelli Omayyadi del deserto. Sono 3 castelli, ma in realtà avevano funzioni completamente diverse l’uno dall’altro. Il primo è Qasr al-Kharrana, di forma quadrata, era in realtà un caravan serraglio per le carovane di mercanti che venivano dall’Arabia. Il cortile interno, quadrato, mi ricorda Castel del Monte (anche se quest’ultimo è ottagonale). Passiamo al secondo castello, Qusayr Amra, quello che mi ha colpito di più. Il più piccolo, l’interno è decorato con affreschi, figure di donne, animali, la rappresentazione delle stagioni. La cosa veramente inusuale per l’arte araba medioevale, di solito non è ammesso rappresentare figure umane e animali ma solo disegni astratti, e questo è sicuramente frutto di contaminazioni e influenze dovute ai commerci. Anche l’uso del castello era significativo: probabilmente veniva usato come bordello dai sultani. L’ultimo castello, infine, Azraq, tutto di pietra basaltica nera, ha origini romane ed è prettamente militare. È stato poi usato anche nei secoli seguenti e vi ha soggiornato anche Lawrence d’Arabia.

Il giorno seguente iniziamo a scendere verso sud e visitiamo Madaba. La città ha una grossa comunità cristiana ed è famosa per un mosaico presente sul pavimento della chiesa Greco Ortodossa di San Giorgio, in cui sono rappresentati i principali luoghi di pellegrinaggio della terra santa. Proseguiamo poi per il monte Nebo, dove fu seppellito Mosè. La sua tomba in realtà non fu mai ritrovata, ma oggi lì c’è il suo memoriale e i resti di alcune chiese paleocristiane, famose sempre per i mosaici pavimentali (una non è attualmente visitabile). Dal monte Nebo è possibile poi ammirare il paesaggio (oggi semi desertico) della valle del Giordano, la terra promessa fino a Israele, e intravedere le città di Gerico e Gerusalemme.

Prendiamo la Strada dei Re per Al-Kerak, il paesaggio diventa più arido, ci arrampichiamo sulle colline quando improvvisamente si apre una vallata immensa, il Wadi Mujib. La strada scende e risale la vallata desertica con curve sinuose, in fondo un corso d’acqua e una diga, il paesaggio è veramente sterminato e incredibile. Risaliamo l’altro lato della valle e improvvisamente il paesaggio è di nuovo più verdeggiante, campi coltivati, ulivi.

Ci avviciniamo alla città di Al-Kerak. Arrampicata su una collina, mostra subito la sua fortezza e ricorda un paesino medievale italiano, arrampicato su una collina e con la sua fortificazione. La cosa è presto spiegata: la fortificazione è stata costruita dai cavalieri Crociati, in posizione strategica per proteggere Gerusalemme. Rinaldo di Chatillon abitò il castello, e dopo un periodo di tregua dichiarò guerra a Saladino, subendo però una pesante sconfitta.

Continuiamo verso sud, prendiamo la cosiddetta autostrada del deserto, il paesaggio diventa da collinare a piatto, negozi o paesini sorgono in mezzo al nulla, al servizio della sola autostrada. Il paesaggio diventa nuovamente collinare, arriviamo finalmente a Wadi Mousa, alle porte di Petra.

Iniziamo la giornata di primo mattino con la visita di Beida, o piccola Petra. Situata a circa 11 km da Petra, era il centro amministrativo dove avvenivano effettivamente i commerci e dove si fermavano le carovane. La vera città di Petra, con i suoi palazzi e le sue tombe, doveva invece restare nascosta. Beida è stata costruita dai Nabatei, o meglio scavata nella roccia di arenaria rossa. Anche Beida, come Petra, si sviluppa lungo un canyon, che però è stato scavato in parte artificialmente e sembra un modellino in scala della vera Petra per dimensioni. La particolarità di Beida è che l’interno di alcuni edifici era riccamente dipinto. Purtroppo praticamente tutte le pitture sono state carbonizzate dai fuochi accesi dai beduini in passato, ma alcune sono state recuperate. Vediamo alcuni beduini che cercano ancora di vendere qualcosa o chiedere soldi ai turisti, con gli occhi tinti con il kajal (è la loro acconciatura caratteristica e li fa sembrare un po’ stile Pirati dei Caraibi).

Andiamo finalmente a Petra. La prima parte del percorso dal centro visitatori si può fare anche a cavallo, come abbiamo scelto. Si arriva poi all’imboccatura del canyon dove si deve andare a piedi (non è più permesso fare gli emuli di Indiana Jones a cavallo). Il Siq, il canyon da cui si accede a Petra, non è stato scavato dall’acqua ma è una spaccatura dovuta a forze tettoniche; è lungo circa 1.2 km, le pareti alte fino a 200 metri e il passaggio si restringe in certi punti fino a 3 metri. L’intera Petra, fondata dagli Edomiti e poi capitale del regno Nabateo, è nascosta al mondo esterno da questo canyon e dai monti circostanti. Per questo dopo l’abbandono nell’VIII secolo per la decadenza dei commerci e per catastrofi naturali e terremoti è andata perduta per molti secoli fino alla riscoperta dell’archeologo ed esploratore svizzero Johann Ludwig Burckhardt nel 1812, che all’epoca dell’allora Impero Ottomano cercava di ripercorrere le antiche vie carovaniere alla ricerca della città perduta. Alla fine sembra sia riuscito a trovare l’ubicazione di Petra facendosi portare da alcuni beduini all’antica tomba di Aronne. Egli sparse la voce dell’ubicazione di Petra tra gli occidentali e nei suoi libri, ma le spedizioni erano difficoltose. Una raggiunse il sito solo nel 1818 ma furono costretti a tornare indietro prima del tempo per le rivalità tra le tribù locali. Le prime spedizioni archeologiche vere iniziarono nel 1828 e continuano ancora oggi.

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Mentre percorriamo il Siq la guida ci spiega come fosse importante il sistema idrico per la città. Lungo il canyon si vedono canali scavati per raccogliere l’acqua necessaria alla sopravvivenza della città, ma anche a evitare inondazioni durante le poche ma forti piogge. Si intravedono, scavati nella roccia ma consumati dal tempo, alcuni altari e la rappresentazione a grandezza naturale di una carovana. Continuiamo a percorrere il Siq e alla fine della spaccatura lo vediamo, il Tesoro o Al-Khazneh. Percorriamo gli ultimi metri ed eccolo davanti a noi, magnifico. In tutto questo c’è un difetto: ci eravamo abituati alla quiete degli altri siti archeologici giordani, questo invece è affollatissimo, con scolaresche, gente che urla, chi si vuole fare una foto, beduini con cammelli e asinelli che cercano clienti. Insomma, arrivati dalla queste del Siq, ci sembra di essere sbarcati in una piazza confusionaria con mercanti e troppi turisti, e questo rovina un po’ l’atmosfera. Comunque siamo lì, davanti al Tesoro, costruito con influenze ellenistiche tra il 100 a.C. e il 200 d.C. Si chiama così perché una leggenda beduina dice che in un’urna sulla facciata si nasconderebbe il tesoro di un faraone, e per questo motivo hanno provato anche a sparargli danneggiando la facciata, ma non ci sono fondamenti storici a questa leggenda: il Tesoro doveva essere la torba di un re Nabateo, forse Areta III. Molti e i più belli degli edifici scavati che roccia che compongono Petra erano tombe, la cosa mi ha davvero sorpreso. Proseguiamo la visita e arriviamo alla Strada delle Facciate, vediamo un sacco di buchi scavati nella roccia, case e tombe. Poi passiamo davanti al teatro e davanti alle Tombe Reali. Tutto intorno la roccia è scavata in decine, centinaia di tombe e abitazioni. Come ci giriamo le pareti dei monti sono traforate, splendide facciate ornano le tombe dei personaggi più importanti e dei re, semplici tombe per la popolazione. Alla fine arriviamo a una strada lastricata, la fecero i romani quando arrivarono anche qui nel 106 d.C. Vediamo il Tempio Grande, con le sue colonne abbattute. Dopo pranzo iniziamo ad arrampicarci in un sentiero per andare al Monastero (al-Deir), un’altra tomba costruita sullo stile del Tesoro ma situata in cima al monte, a cui si arriva solo dopo aver scalato un migliaio di scalini. È pomeriggio tardi ed è ora di rientrare, rifacciamo tutto il percorso al contrario. È a quest’ora, verso le 17, che apprezziamo fino in fondo il sito di Petra, la roccia si accende con il colore rosso del sole basso e la massa di turisti se ne è andata lasciando la tranquillità.

La sera torniamo per lo spettacolo Petra by night (ogni Lunedì, Mercoledì e Giovedì), percorriamo nuovamente il Siq illuminato solo da candele, le stelle nel cielo scuro sono migliaia. Arriviamo al tesoro illuminato con centinaia di candele, l’atmosfera è suggestiva. Lo spettacolo di musica beduina mi lascia un po’ perplesso, alla fine accendono anche delle luci colorate rovinando completamente l’atmosfera delle candele, poteva essere organizzato meglio ma sicuramente valeva la pena vederlo.

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Penultimo giorno, stanchi per la lunga escursione del giorno prima a Petra, ci dirigiamo prima sul Mar Rosso. A pochi chilometri c’è l’Arabia Saudita, dall’altra parte del golfo vediamo la città israeliana di Elat, poco oltre la costa egiziana con un magnifico hotel a vela costruito dagli israeliani durante l’occupazione negli anni ’70. In pochi chilometri di costa si affacciano 4 stati sul Mar Rosso. Facciamo poi una breve sosta al Suq di Aqaba, compriamo delle spezie che dice sono le più fresche e buone qui. I prezzi sono un po’ più bassi di Amman in quanto Aqaba, unica città portuale della Giordania, è anche città a statuto speciale e senza tasse.

Torniamo verso nord e ci dirigiamo verso il deserto del Wadi Rum. La strada attraversa un fondo di sabbia circondato da monti rocciosi di arenaria rossa. Arriviamo a un ultimo villaggio beduino da cui partono i tour con il fuoristrada che ci apprestiamo a fare. Ci fermiamo prima presso un’antica sorgente d’acqua dove si fermavano le carovane, si può localizzare per i pochi alberi che vi crescono. Poi ci fermiamo presso una duna di sabbia che si è formata addossata alla roccia. La scaliamo, sappiamo già che la finissima sabbia rossa continuerà a uscire dalle nostre scarpe anche nei giorni seguenti, ma dalla cima il paesaggio è magnifico, dominiamo questa distesa di niente. Un’altra tappa, ci fermiamo a vedere dei bassorilievi nella roccia, risalgono a circa 2000 anni fa, sono raffigurate delle persone, un uomo e una donna, poi un verso del corano (più recente). Alla fine troviamo un posto per accamparci per bere il tè beduino alla salvia, c’è il tramonto, la roccia si accende di rosso, quasi viola, si alza il vento e fa subito freddo. È ora di rientrare, stasera dormiremo in un campo tendato gestito dai beduini. A cena c’è l’agnello cotto sotto la sabbia, fuori fa freddo, nella tenda di notte pure è freddo, ma sopra di noi si vedono migliaia di stelle!

Ultimo giorno, lasciamo il deserto del Wadi Rum. Prendiamo l’autostrada del deserto per tornare verso nord e ci fermiamo al Mar Morto, la nostra ultima tappa. Siamo nel posto più basso della terra, -420 m sul livello del mar Mediterraneo. Sulla sponda opposta Israele, penso che solo 2 anni fa ero laggiù. È tempo di rilassarsi un po’, un bagno nelle acque super saline è quello che ci vuole ma siamo goffi inizialmente, si galleggia tantissimo, una sensazione veramente strana, ed è persino difficile nuotare. Diciamo che sicuramente il bagnino ha poco lavoro qui.

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Il nostro giro si è concluso, posso dire di aver visto un paese stupendo, pieno di storia e monumenti, dall’epoca Edomita e Nabatea di Petra, ai Romani a Jerash, i sultanati Omayyadi nel medioevo, le crociate e i castelli arabi e cristiani, le prime chiese paleocristiane, i luoghi della narrazione della Bibbia con le tombe di Mosè e Aronne, la valle del Giordano, la terra promessa. È una sensazione strana, ti fa sentire al centro della storia, delle radici della civiltà moderna, della cultura occidentale. Sembra che ogni passo che fai, ogni roccia che vedi, ogni monte, ogni posto è stato narrato da qualche parte, lo hai già sentito. Nella Bibbia, nella storia che studiamo a scuola, nel National Geographic, la storia è passata da qui. E il tutto condito da paesaggi splendidi, dalle colline con gli uliveti e la terra rossa scura al deserto. E il deserto ha tante forme, piatto, collinare, roccioso con arenaria rossa, bianca e colorata, sabbioso, pensiamo al canyon di Petra, al Wadi Rum. A ripensarci ci abbiamo lasciato un pezzetto di cuore.

Atene

Quest’anno abbiamo deciso di passare il capodanno in un posto che fosse sperabilmente caldo e soleggiato, così la scelta, rimanendo in tema di capitali europee, è caduta su Atene. È stata un’ottima occasione per avere anche un’idea della Grecia, paese europeo ma con influenze orientali, oltre che per visitare numerosi siti archeologici, culla della nostra civiltà occidentale.

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Cosa posso raccontarvi in breve? Che è caotica! Il primo impatto all’arrivo ad Atene è di una città con un’estensione immensa e un traffico super caotico, scooteristi e a volte addirittura motociclisti senza casco, vampate di smog che ti raggiungono alla gola, strade non sempre pulite. Superato questo primo impatto, se vi piacciono i popoli mediterranei, Atene vi conquisterà per la solarità e la gentilezza dei suoi abitanti. Nessun problema se vi sedete con il caffè preso al banco ai tavoli riservati al servito (caffè greco ovviamente, simile al caffè turco), domani potrete fare diversamente… è una filosofia del rispetto delle regole molto tollerante.

La cosa che ci ha delusi molto (ed è stato anche il primo impatto, la prima cosa che abbiamo visto il pomeriggio del nostro arrivo) è stato il Museo Archeologico Nazionale, dove sono conservati la maschera di Agamennone, diversi bronzi molto famosi, il meccanismo di Antikythera e una ricca collezione di vasi. Ma si può dire che la metà delle sale era chiusa, alcune parzialmente illuminate, e alla domanda se saranno riaperte la risposta è mancanza del personale. Insomma, un po’ la metafora del disfacimento dello stato greco.

 

Il giorno dopo però la bellezza dell’Acropoli ha risolto tutto, e non abbiamo più avuto questo senso di disfacimento. Una bellissima giornata di sole e temperature da stare in maglietta a mezze maniche ci ha un po’ sorpreso e accompagnato nella nostra visita all’Acropoli, all’Agorà e agli altri luoghi collegati con lo stesso biglietto. Nel pomeriggio non ci siamo fatti mancare il Museo del Partenone (biglietto a parte). Per informazioni storiche, orari e biglietti d’ingresso di tutti i siti archeologici e musei della Grecia c’è un sito fatto veramente bene del Ministero della Cultura greco, http://odysseus.culture.gr

Andando in ordine cronologico, abbiamo deciso di prendere un’auto a noleggio per visitare anche alcuni siti archeologici nel raggio qualche ora da Atene. La guida nel traffico di Atene per uscire dalla città è stata sicuramente un’avventura, poi il traffico si dirada e una volta usciti dalla (cara) autostrada sarete davvero in mezzo al nulla, con paesaggi brulli di uliveti e aranceti, linee sulla strada inesistenti, paesi minuscoli. Un altro mondo. Comunque, il primo giorno con l’auto siamo andati a Micene, a circa 2 ore di auto. Merita sicuramente perché vedrete cose diverse dalla Grecia classica, la civiltà micenea era nettamente precedente. I pezzi forti sono sicuramente la tomba a tumulo di Agamennone e la Porta dei Leoni nei resti della città fortificata.

Da abbinare a Micene ci sarebbe la famosa Epidauro, non troppo distante, ma per motivi di tempo ci siamo ritornati l’ultimo giorno. Comunque, ormai ne parlo, la zona di Epidauro è veramente bella per il panorama collinare e quando arriverete all’anfiteatro, sarà lì, incastonato nella collina, in un panorama magnifico! E la bellezza di andarci fuori stagione è che a un certo punto ci siamo trovati soli nel teatro, a sperimentare l’acustica con la nostra voce! Più tardi in realtà si è affollato abbastanza, sono arrivati almeno una decina di autobus di gite turistiche… Ma nonostante Epidauro sia famoso per l’anfiteatro, tutto il sito archeologico è in realtà abbastanza vasto e interessante.

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Il secondo giorno con l’auto era pianificato per il santuario di Delfi, in realtà abbastanza distante, circa 3 ore e mezza verso le montagne a nord di Atene. Se non che, usciti da Atene, iniziano i fiocchi di neve, sempre di più intensi, il cielo tutto bianco, e iniziava ad attaccare anche a bordo strada. Che dire, siamo passati dalle mezze maniche e i venti gradi di due giorni prima a un’ondata di gelo e alla neve, evento magari normale per le montagne ma decisamente insolito per Atene. E così, non essendo attrezzati, inversione di marcia e ritorno verso il mare, e decidiamo di anticipare l’escursione a Cape Sounion. La posizione del tempio di Poseidone sulla cima di questa penisola che dominava il mar Egeo è veramente interessante e anche il panorama della costa veramente bello. L’unica nota stonata della giornata, si alternavano sprazzi di sole con nuvole bianche che scaricavano pallini di ghiaccio e vento.

Al termine delle nostre escursioni, abbiamo deciso di salire al monastero di Agii Isidori, quella collina aguzza con una chiesettina sulla cima che si vede quasi sempre passeggiando ad Atene. Per salirci il mezzo consigliato per i turisti è il taxi, ma avendo l’auto, andiamoci direttamente… Ed ecco che ci si arrampica per delle stradine talmente strette e intasate dal traffico da far saltare i nervi di qualsiasi guidatore, ma alla fine eccoci arrivati, si parcheggia nel piazzale e si fanno gli ultimi metri a piedi fino alla chiesetta Greco Ortodossa con il suo campanile e un albero d’ulivo arrampicato lassù in cima. Ed ecco che la città di Atene si stende sotto di noi, l’Acropoli, il Partenone e gli altri monumenti che sembravano tanto in alto alto, ora sono laggiù in basso, e dietro si stende il mare. Uno spettacolo veramente mozzafiato! (P.S. Noi siamo andati al tramonto perché l’Acropoli da quel lato risulta praticamente sempre contro sole.)

L’ultimo giorno intero ad Atene è stato dedicato ad esplorare aree in cui non eravamo stati, ma sicuramente non vi potete far mancare di salire sulla collina Philopappos, la più alta di fronte all’Acropoli. Anche lì vista a 360 gradi fino al mare, è un bel parco pubblico immerso negli ulivi, ingresso gratuito. E poi si può proseguire fino all’osservatorio astronomico, girando un po’ intorno all’Acropoli, e vedendola di facciata da qui. Ci siamo mescolati poi nelle stradine turistiche intorno all’Acropoli, ci siamo persi nei quartieri frequentati la sera dagli Ateniesi e non dai turisti nella zona di Gazi, dove si vedono i resti del vecchio gasometro. E ovviamente nella nostra visita ad Atene non ci siamo fatti mancare il cambio della guardia di fronte al Parlamento, in piazza Sintagma.

Che dire, la Grecia ci è piaciuta, è una destinazione vicina all’Italia ed economica. Il cibo pure è stato ottimo, anche se dopo 5 giorni al ristorante avevo voglia di qualcosa di più “familiare”. Le cose da vedere sono tante, le idee per le prossime volte tantissime, da Delfi, Olimpia, i monasteri delle Meteore, le numerosissime isole… Buona ispirazione!

Il colori dell’autunno al lago Bled

Avevo già avuto modo di visitare il lago Bled, in Slovenia, lo scorso inverno: https://simonesabatelli.wordpress.com/2015/01/17/il-lago-bled-slovenia/.

Sicuramente questa rinomata località turistica slovena è molto famosa tra i fotografi per il suo particolare fascino invernale, quando la chiesetta sull’isolotto in mezzo al lago appare in mezzo alla nebbia e avvolta nel bianco come un paesaggio da fiaba avvolto da un incantesimo. Ma ogni stagione ha il suo fascino e i suoi colori. Questo è tanto più vero in luoghi come questo, circondati dalla natura, dove le stagioni e gli inverni si fanno sentire di più.

Ero già rimasto affascinato dal lago Bled la prima volta che lo ho visitato, e ora in autunno è stato come riscoprirlo in una veste diversa. I colori, la luce, tutto è diverso da una stagione all’altra. Gli alberi si tingono di vari colori, dal giallo al marrone all’arancio, e si accendono di colori ancora più caldi con la luce bassa del pomeriggio. La chiesetta sull’isolotto è sempre lì, con il suo campanile e la sua scalinata che accoglie i visitatori che vi arrivano con le barche a remi (prima o poi la visiterò pure io). E soprattutto le barche a remi, con il loro incedere lento ed elegante, attraversano il lago e gli danno un tocco di poesia, con delle composizioni da cartolina.

Una passeggiata intorno a questo lago in una bella giornata di sole autunnale ha un fascino unico, e se vorrete fare delle foto sarete in buona compagnia: troverete sicuramente delle comitive di turisti giapponesi (sembra sia una località molto gettonata per loro) attrezzati di tutto punto: uno aveva addirittura due corpi macchina professionali a tracolla!

Basilicata e Puglia

È passato ormai quasi un anno da questa avventura in Basilicata e Puglia. Si perché era il capodanno 2015 quando, pensando di andare al sud Italia e trovare un clima più temperato e un po’ di sole, trovavo invece una morsa di gelo artico e le nevicate più abbondanti dal 1985 (!!!).

Il mio viaggio è iniziato da Venosa, dove sono stato ospitato da un caro amico (grazie Luigi!). La città del poeta Orazio cela alcuni tesori, tra cui la chiesa dell’Incompiuta, con le tombe dei sovrani di Altavilla, a cui succedettero i Normanni. Tutto il territorio in realtà lascia trapelare la ricca storia del passato, numerosissimi sono i resti romani, alcuni dei quali visitabili.

Se avete la fortuna di conoscere qualcuno che abita nel centro storico di Venosa e che vi apre la porta di case, potrete vedere che ogni casa ha una cantina scavata nella roccia. Spesso le prime stanze di questa parte interrata sono più o meno risistemate, poi si entra nella parte inesplorata, ci sono cumuli di terra che chiudono il passaggio e vi diranno che non si sa dove porta questo scantinato e quanto era grande, e che probabilmente una volta l’intero paese era collegato da passaggi sotterranei.

La viabilità in Basilicata è davvero pessima, e questo spiega perché è anche abbastanza sconosciuta ai turisti. Le strade sono tortuose e soprattutto piene di buche (ma che dico, crateri!), così che ci si trova a fare lo slalom per evitarli. Chi ci vive vi racconterà di aver spaccato una gomma se non un semiasse più di una volta, magari nei tragitti per andare a lavoro da un paese all’altro. Quasi tutti conoscono qualcuno che purtroppo ci ha rimesso la vita su quelle strade. Stazioni ferroviarie non esistono, e gli unici collegamenti con mezzi pubblici sono degli autobus che nella migliore delle ipotesi faranno 3 corse al giorno, mattina, pranzo e sera.

Un’esperienza da provare in Basilicata è sicuramente il cibo. Già una pizza è diversa, altissima ma veramente buona e a prezzi decisamente più bassi di quelli a cui siamo abituati. Se poi siete ospiti in casa di qualcuno, la quantità di cibo che mangerete sarà pressoché infinita. Si parte dagli antipasti, per avere poi uno o più primi, secondi, poi assaggiamo anche questo che ormai l’ho cucinato…

Stare qualche giorno in questo paese mi ha permesso di avere un assaggio di com’è la vita qua. I giovani dopo le scuole vanno via prima per studiare all’università, poi per cercare lavoro. Tanti trovano lavoro , oltre che in nord Italia, in Svizzera, tanto che ci sono servizi di autobus che la collegano direttamente a Venosa. Ma a Natale molti tornano a casa, ed è un po’ una festa e un ritrovarsi tra vecchi amici nel bar nella piazza del paese.

Molte le storie di personaggi strani che hanno abitato o abitano ancora in questi posti. Forse l’animo umano viene piegato dalla solitudine, ma che pensare di quello che tutti i giorni gira con sguardo assente e conta quante pietre ci sono nella piazza principale? E di quell’altro personaggio che mangia solo porcellini d’india e in casa sua ne alleva più di un centinaio?

Non ci facciamo mancare la visita di Matera, prossima capitale europea della cultura nel 2019. La particolarità di Matera sono sicuramente le case scavate nella roccia nei quartieri vecchi. Una volta in una stanza ci viveva un’intera famiglia con tanto di animali, galline, asino, ecc… Era l’unico modo che avevano per vivere, ed è stata chiamata la vergogna d’Italia negli anni ’50 per le pessime condizioni igieniche e sgomberata a forza. Ora è un’attrazione turistica unica, a cui si aggiungono le numerose chiese rupestri, anche queste scavate nella roccia.

Ritorniamo a Venosa e ci spostiamo in un paese vicino, Forenza, e abbiamo modo di scoprire qualche particolare nascosto, come il crocifisso in una chiesa con il cristo trasfigurato dal dolore e dalle ferite come non avevo mai visto in altri crocifissi, con le piaghe nella carne che lasciano intravedere le ossa. Questa opera cela un piccolo segreto, che la perpetua della chiesa ci illustra: l’espressione del volto cambia secondo da che parte si osserva. Osservandolo da sinistra è sofferente, dal centro appare sereno, da destra è l’espressione di un morto. Molti sono i segni della storia anche in questo paese, come le incisioni che ricordano che molti cavalieri templari hanno avuto le origini da questi piccoli borghi.

Andiamo poi a Melfi, dove nel castello c’è un ricchissimo museo archeologico: davvero sorprendente per un paese così piccolo e relativamente poco conosciuto. E come sempre i resti archeologici ancora da scoprire sono tanti: basta parlare con un contadino per sentire storie di piccoli oggetti di terracotta ritrovati lavorando i campi, per non parlare di possibili resti più grossi seppelliti nuovamente per non perdere la possibilità di lavorare i campi, spesso l’unico mezzo di sostentamento, durante i lunghi interventi della soprintendenza.

La nevicata ha poi avuto inizio, regalandoci prima qualche bel paesaggio innevato presso i laghi di Monticchio. La strada era coperta da un sottile strato di neve polverosa, complice anche la temperatura di -6, e i pneumatici invernali facevano bene il loro lavoro come nelle pubblicità. Durante la notte e il giorno dopo la nevicata si è trasformata in una vera e propria tormenta. Le strade erano invase di neve fresca, gli spalaneve inesistenti, come da tradizione, e il tentativo di muovere l’auto si è trasformato nella necessità di montare le catene da neve (nonostante le gomme invernali la trazione anteriore non era sufficiente data la quantità di neve fresca) per fare una breve salita e tornare indietro. Quindi capodanno a Venosa invece che a Bari, con una atmosfera surreale dove tutto era sepolto sotto la neve e del concerto di fine anno ovviamente nemmeno l’ombra, visto che pure il palco era sommerso dalla neve.

Il giorno successivo finalmente almeno le strade principali erano state pulite dalla neve (più o meno) ed è stato possibile dirigerci prima verso Bari, poi ad Alberobello, Trani e Barletta (sempre con qualche difficoltà e con tratti di strada a corsia unica o con uno “spartitraffico” centrale fatto da cumuli di neve). E che dire, la vista dei Trulli con tutta quelle neve non è cosa di tutti giorni!