India: isole Andamane (parte terza)

Abbiamo descritto l’itinerario completo e le prime due parti del nostro viaggio in India in questi articoli:

https://simonesabatelli.wordpress.com/2017/03/07/india-rajasthan-parte-prima/

https://simonesabatelli.wordpress.com/2017/03/22/india-i-templi-e-la-valle-del-gange-parte-seconda/

L’ultima parte della nostra vacanza è stata alle isole Andamane. Per arrivarci dobbiamo tornare a Delhi e lì prendere un lungo volo notturno che fa scalo a Calcutta. Per l’accesso alle isole, che sono un parco protetto, i turisti devono far in loco un permesso speciale e la permanenza è limitata a 1 mese. Arrivati sull’isola principale a Port Blair sentiamo subito la differenza di clima, qui è caldo umido, molto umido. Il viaggio poi non è finito, ma ci attendono 2 ore di navigazione con un aliscafo veloce verso la più piccola isola di Havelock. Il mare è ingrossato e, dopo il divertimento dei bambini i primi 2 minuti, gli inservienti non fanno altro che distribuire sacchetti per il vomito per tutta la navigazione.

000 Mappa 4

La nostra sistemazione sull’isola di Havelock è il Munjoh Ocean Resort, sulla spiaggia numero 5. È un buon villaggio, forse un po’ costoso, le casine hanno un ottimo comfort, pareti di muratura e tetto di paglia. La spiaggia dista pochi metri, sabbia bianchissima, palme e alberi giganteschi alle spalle. Tutte le isole infatti sono ricoperte da una fitta vegetazione tropicale. I colori sono stupendi, cielo azzurro, acqua cristallina, e qualche barca ancorata tinta di un giallo vivo. La cosa migliore è che ci sono veramente pochi turisti, regna la pace e la tranquillità. Nella nostra settimana di permanenza non abbiamo incontrato un italiano (è la prima vacanza che mi capita), ma solo un paio di famiglie tedesche e dei ragazzi finlandesi. Il resto del turismo è turismo interno indiano, chi può permetterselo ovviamente. Gli indiani si concentrano tutti alla famosa Radhanagar beach, la spiaggia numero 7, per cui nelle altre spiagge ci sono pochissimi turisti. Unico difetto di questo lato dell’isola è che non vedrete direttamente il tramonto, e oltretutto il sole sorge e tramonta molto presto: il tramonto è alle 17 circa, dato che le Andamane hanno lo stesso fuso orario dell’India ma sono molto più a Est.

Dopo un paio di giorni di relax abbiamo iniziato ad esplorare l’isola, spostandoci con il tuc tuc. L’altra alternativa più economica sarebbe noleggiare degli scooter, ma non conoscendo le strade abbiamo evitato. Siamo andati alla spiaggia numero 3, famosa per i suoi alberi di mangrovie. Qui riusciamo a fare anche snorkeling, ma non ci sono tanti pesci o coralli vicino a riva, questo penso sia l’unico difetto delle Andamane. La cosa migliore per pranzo è mangiare a qualche banchino o ristorante improvvisato del fritto, decisamente più economico che mangiare nel villaggio turistico, e finire il tutto con una bella noce di cocco. La sera invece ci viziamo un po’ con pesce fresco, granchi e aragosta.

Per ovviare all’unico difetto di queste isole un giorno decidiamo di fare una gita in barca per vedere la barriera corallina: ci dirigiamo verso l’isola di fronte e facciamo snorkeling in un paio di punti lungo la costa, più una immersine con le bombole. Lo spettacolo merita, è un po’ come muoversi in un acquario, anche se la barriera corallina alle Andamane ha subito un sbiancamento importante negli ultimi anni e purtroppo molti sono i coralli morti o spezzati sul fondo.

Il giorno successivo ci aspetta una escursione più impegnativa: andiamo in tuc tuc dall’atro lato dell’isola per visitare la spiaggia numero 6, Elephant beach. Per arrivarci dobbiamo fare un’ora e mezza di trekking nella foresta pluviale tropicale in un sentiero pieno di fango. Le infradito sono sconsigliatissime, noi siamo attrezzati con gli scarponi da trekking. Molto incoraggiante il baracchino all’ingresso che prende i nomi e i numeri di telefono per cercare eventuali dispersi a fine giornata (già mi immagino quello che dice: “via oggi è andata bene, ne mancano solo 2, altri giorni ne abbiamo persi di più”). Ci sono poi guide improvvisate che si offrono di accompagnarvi fino alla spiaggia, ma noi decidiamo di andare da soli. Non abbiamo fatto nemmeno in tempo a iniziare, che ecco un primo serpente verde ci attraversa il sentiero a pochi passi. Andiamo avanti e attraversiamo la fitta foresta tropicale e il fango, finché non arriviamo in un ambiente molto particolare, un fiumiciattolo si getta in mare creando una serie di acquitrini e dune di sabbia abitate da granchi e pesci che vivono nell’acqua salmastra. Nonostante ci fossero delle impronte di elefante lungo il sentiero, non troviamo punti elefanti alla spiaggia e rimaniamo un po’ delusi. La spiaggia di per se è bella, con molti tronchi scenografici sulla riva, ma il mare era agitato ed essendo molto isolata (il fatto ci creava un po’ di inquietudine) decidiamo di tornare presto. Affrontiamo il trekking per tornare alla strada non senza difficoltà: ci siamo quasi persi nel dedalo di fiumiciattoli per trovare l’imbocco del sentiero (pensiamo se avessimo preso la giuda…) e guadando uno di questi fiumiciattoli siamo quasi montati su un bel serpente color sabbia arrotolato in agguato sotto la superficie dell’acqua salmastra. Passate queste difficoltà abbiamo ritrovato il nostro tuc tuc e decidiamo di andare a rilassarsi a Radhanagar beach, la spiaggia numero 7. È la più famosa e probabilmente la più bella se si guarda alla spiaggia in sé, una striscia di sabbia bianca lunga 1 km e mezzo, da cui godere di bellissimi tramonti. Ma sinceramente è un po’ affollata, sono molti i turisti indiani che si concentrano al centro della spiaggia e fanno il bagno vestiti, creando una macchia di colore.

Siamo giunti al termine del nostro lungo viaggio, il rientro è molto lungo e richiede 2 giorni: traghetto verso Port Blair, il giorno seguente volo per Delhi con scalo a Calcutta, lunga sosta a Delhi, aereo per Doha (Qatar) e infine volo diretto per Pisa. Cosa abbiamo imparato e cosa ci portiamo dietro da questo viaggio? Innanzi tutto è stato un viaggio speciale per molte ragioni. Ci siamo abituati al caos e al traffico indiano tanto da non farci quasi più caso, siamo sopravvissuti al cibo indiano super speziato, anche se dopo 10 giorni c’è stata una breve crisi (da mettere sempre in conto in un viaggio in India) e abbiamo ceduto a qualche piatto occidentale. Ci siamo anche lasciati un po’ coccolare in qualche albergo un po’ più lussuoso per rifarci della fatica del viaggio e dei lunghi spostamenti in auto. Infine, abbiamo cercato di non visitare solo i monumenti ma di immergerci per quanto possibile nella vita quotidiana, nei mercati, di incontrare gente comune. Cosa non facile devo dire perché in un paese come l’India se hai una guida ti senti sempre turista: quando cerchi un ristorante, quando ti suggeriscono un negozio, fai sempre parte di una categoria diversa, l’Occidente è visto come la parte più ricca del mondo e per loro sei l’occidentale da “spennare”. Non è facile confonderti con la gente comune, soprattutto se ti porti dietro uno zaino con 8 kg di attrezzatura fotografica. Tante volte ci hanno chiesto della nostra macchina fotografica, dell’orologio, delle nostre scarpe (nemmeno di marca), quanto costano in Italia ecc… Questo forse è l’unico rammarico del viaggio. Per il resto è stata un’esperienza unica, una full immersion nella vita indiana, cibo, tradizioni, religione, modo di vivere, così profondamente diverse dalle nostre che penso sia impossibile per noi capire davvero anche solo una piccola parte della loro cultura.

Abbiamo parlato con le guide della loro cultura, delle loro famiglie, in generale abbiamo capito che vivono tutti secondo degli schemi e delle regole ben definite: i matrimoni combinati sono la norma e devono avvenire all’interno della stessa casta. Le caste sono 4, intoccabili, commercianti, guerrieri e bramini e sono ereditarie, non hanno a che fare con le professioni moderne, anche se gli intoccabili faranno sempre professioni umili e vivono in povertà e per la mentalità indiana è impossibile l’ascesa sociale. Solo in un’occasione la nostra guida ci ha detto di aver sposato una persona di una casta inferiore e di aver dovuto lasciare la loro città e le loro famiglie per questo. Un’altra guida invece era veramente fuori dagli schemi, un libero pensatore direi, sposato con un’italiana, se ne è andato di casa per sposarsi ma, anche se c’è voluto diverso tempo, ora ha riallacciato i rapporti con la famiglia.

Cosa ci portiamo dietro di questo viaggio speciale? Sicuramente un’emozione forte, ma ci sentiamo anche arricchiti culturalmente e spiritualmente, e auguriamo che anche voi possiate lasciare da parte tutti i preconcetti, come il fatto che l’India è un paese povero e che si vede la gente morire di fame per strada, per lasciarvi rapire dalla cultura e dalla spiritualità di questo paese meraviglioso.

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